Archivi del mese: luglio 2011

Su Franco Marchese* Bozza editoriale n.1 di Chichibìo*

* Franco Marchese  ha insegnato  in un liceo scientifico di Palermo. E’ coautore di manuali di letteratura italiana e condirettore di “Chichibìo”.

Cologno Monzese 19 dic. ’98

                                                                                           

Caro Marchese,

                        […]sottopongo alla tua attenzione  alcune critiche, che non ebbi modo di esporre nella riunione del gruppo fondatore di Chichibìo a Firenze e che la lettura della tua bozza di editoriale mi induce a ripresentare. La nostra collaborazione è appena agli inizi, ma spero che la mia schiettezza non la turbi o impedisca.

Comincio col dirti che accolgo  a malincuore il titolo scelto per la rivista.

Riconosco che Chichibìo è nome-simbolo di letteratura italiana, personaggio noto ad ogni insegnante d’italiano e perciò coerente – come tu dici – con «un’idea alta dell’insegnamento dell’italiano» e con l’intento di non «disperdere l’eredità di un umanesimo – non fossile, non vacuo». Esso però, secondo me, è anche un simbolo negativo: è personaggio che accetta in maniera incondizionata la gerarchia servo-padrone, che a me pare inseparabile dalla tradizione umanistica. Chichibìo, infatti, è figura troppo appagata e del tutto conclusa in un intelligente servilismo. Non contesta al signore il diritto – suo e dell’allegra brigata nobiliare – di banchettare e farsi servire la gru. Ne sottrae, e di nascosto, solo una coscia. E la battuta intelligente e ironica con cui riesce infine a farla franca ribadisce la sua situazione di sottomesso. Ora mi chiedo: è solo o proprio a questa tradizione che possiamo oggi rifarci? Non ci sono nella letteratura italiana servi quantomeno più audaci? Ma, la decisione è presa, non sto a recriminare; e passo al discorso di presentazione da te delineato nella bozza.  Continua a leggere

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Su Carlo Oliva* Lettera a una studentessa Savelli, Roma 1978

* Carlo Oliva (Milano 1943). Scrittore e giornalista. Ha insegnato lettere antiche e moderne nei licei, scritto in passato su riviste “storiche”, tra cui S (foglio situazioni sta degli anni ’60), Ombre rosse, Quaderni  piacentini, Linus e A-rivista anarchica. Si è occupato di ideologia del linguaggio, di gialli e narrativa popolare in genere.  Collabora da vent’anni con Felice Accame nella trasmissione Caccia all’ideologico quotidiano a «Radio Popolare di Milano».Altre notizie sul sito Carlo Oliva

I nostri antenati
La tentazione di Orbilius
Intervista di Ennio Abate a Carlo Oliva (1999)

  
        Partiamo dall’inizio. Come nacque Lettera ad una studentessa?
        Questo libro era nato da un’idea di Luigi Manconi. Lui allora era nella direzione editoriale della Savelli e collaboravamo insieme ad Ombre rosse. Nella collana da lui diretta (“Attualità politica”) uscivano testi politici d’esplorazione, di frontiera. E questo libretto era stato pensato come una parodia. Ci pareva che le argomentazioni allora correnti sulla scuola, sul lavoro dell’insegnante, sullo studente  fossero deboli. Ma altrettanto fiacco ci pareva il punto di vista dei tradizionalisti. Insomma non erano convincenti né gli uni né gli altri. Volemmo allora sviluppare per eccesso le posizioni dei tradizionalisti d’allora, per mostrarne appunto la debolezza. Oltretutto  in quegli anni – siamo attorno al ‘78‘79 –  il movimento degli insegnanti si trovava su un crinale: stava per rinunciare alle posizioni antiautoritarie e libertarie e volgersi alla riscoperta del proprio ruolo e al recupero della figura tradizionale.
        Orbilius è dunque una maschera del docente di allora.
        Sì, sia del vecchio insegnante che non aveva capito niente del ’68 sia di quello che cominciava a stancarsi e ripensava la propria professionalità in termini tutto sommato tradizionali. Il nome classico aveva questo significato. Orbilius è una figura storica, citata in una delle Satire di Orazio, che si lamentava di aver dovuto studiare sotto la sua egida autori per lui arretrati e poco interessanti (e di essere preso a frustate quando non lo faceva). Continua a leggere

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Su Giuseppina Broccoli* Alcuni inediti

*Giuseppina Broccoli ( Sant’Ambrogio Sul Garigliano, Frosinone, 1958). Nata in una famiglia di emigranti, ha studiato  alla “Sapienza” di Roma senza laurearsi, viaggiato e lavorato a Oxford. Vive e lavora ora a Milano e le piace scrivere.

16 maggio 2010

Cara Giuseppina,

visto che hai fiducia in me, mi permetto innanzitutto di scherzare. Ti do subito un consiglio: sbarazzati (o tieni a bada, se non ce la fai) l’auto-umiliazione. A parte il fatto che oggi il cuore è  sbeffeggiato e viene esaltato il fegato o lo stomaco fornito di pelo, perché mai il «cuore degli impiegati» dovrebbe “sentire” meno – che so – di quello dei professori o di altre persone? E poi ancora: ma hai  misurato «l’altezza» di tutti noi (di Moltinpoesia) per  dire che sei più in basso? E lo sforzo di chi si sente “piccolo” è davvero quello di competere coi (supposti) grandi?

Per capire meglio i pochissimi frammenti di scritti che mi hai inviato, avrei bisogno di sapere da quando va avanti questa tua ricerca, se fanno parte di un progetto già delineato, ecc.

Alla prima lettura mi pare che sei impegnata nel rendere in parole nuclei emozionali della tua vita (e l’infanzia ovviamente bussa subito per farsi aprire…)  ma anche di storia, quella dei paesi della provincia di Cassino (da cui provieni o nei quali sei vissuta per qualche tempo?) a te pervenuta attraverso la memoria di vecchi parenti o conoscenti. Vedo poi che rendi gli stessi episodi in “prosa” e in “poesia”: una sorta di oscillazione tra forma poetica e forma narrativa, comune a tanti (anche a me).

 La prima cosa che ti direi di fare è proseguire, andare più avanti, “buttar fuori” disordinatamente (“come viene”) quello che ti passa per la mente su questi e altri temi, in modo da avere tanto materiale, da leggere e rileggere per scoprirvi dentro un filo, un senso, altri spunti. La seconda è  raccontare per un lettore immaginario, che ti devi inventare tu (Un vecchio o una vecchia parente? Un professore esigente? Un’amica complice? Un’amica ostile?): ti potrà aiutare a modellare la narrazione, a distanziarti dai “tuoi” sentimenti, a vedere le cose anche con gli occhi e i sentimenti altrui (o tenendo conto, nel dirle, delle possibili obiezioni; e farti più “furba” narrativamente…).  La terza è di rendere in terza persona quello che ti viene in prima. Ad es. proverei a riscrivere il primo ricordo cambiando il punto di vista, scegliendo che so quello di una vicina, per vedere quali sfumature diverse prendono le stesse immagini.

Se possono servirti dei giudizi netti (da “critico”), ti direi: 

1) nel primo testo ci sarebbe da mettere meglio a fuoco e svilupparli  a fondo i due nuclei narrativi centrali per me: – il contrasto tra l’immagine infantile e benefica di aereo, che hanno le due bimbe, e l’immagine dell’aereo che “ruba” il padre; – il conflitto tra  voglia di emancipazione sociale (e/o di fuga?) del padre e il desiderio di stabilità, di vita “chiusa” (di auto mortificazione?) della madre ; 

2) nel secondo testo narrativo, trovo troppo indeterminato quell’indicazione ( “i miei antenati”: chi sono? Inventa nomi etc..),  entrerei nei dettagli con  un racconto da vivo della nonna ( o ne riporterei il contenuto attraverso il racconto della nipote o altro); e preciserei anche il punto di vista da cui oggi tu o il personaggio-maschera, a cui affidare il racconto, vedi e giudichi quei fatti, quei comportamenti, quelle credenze. Se il personaggio-maschera fosse la “bambina che eri” dovresti cercare di rendere le sue paure e i suoi pensieri di allora anche inventando adesso  e spalleggiandola per far venir fuori quel clima (e non ricorrere a un giudizio di adulta d’oggi che usa il linguaggio d’oggi: «si praticava una vera e propria repressione psicologica che per secoli ha sottomesso gli umili nella Terra di lavoro della bassa provincia di Frosinone (e non solo)».

[…]

Un caro saluto

 Ennio

 

 

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Su Marco Ceriani* "Memoriré"Lavieri Editore 2010

*Marco Ceriani (1953). Poeta. Ha pubblicato, oltre a Memoriré,  Sèver (Marsilio, 1995) e Lo scricciolo penitente (Libri Scheiwiller, 2002). E’ traduttore di Vladimir Holan e critico  di poesia  su  varie riviste.
8 gennaio 2011
 
Ho ricevuto subito due commenti viscerali e respingenti appena ho fatto circolare la mia proposta di leggere alcune poesie di Marco Ceriani, il poeta oscuro (poco noto, “che non si capisce”), in vista della presentazione della sua ultima raccolta Memoriré Lunedì 10 gennaio [2011] alla Libreria popolare di Via Tadino 18 a Milano.
Non mi sono scandalizzato. Anch’io non capisco queste poesie. Sono lontane dal mio modo di scrivere e dall’idea più o meno precisa che mi sono fatto della poesia da scrivere. Ma non  ne faccio motivo di vanto (né di colpa). Mi sento invece incuriosito, sfidato e spinto a cercare in qualche maniera una strategia d’avvicinamento a una ricerca tanto insolita, diversa.
Ceriani mi appare come  un uno che la poesia se la fa per conto suo, un eremita, un mistico, uno scalatore  che preferisce trovare e praticare  da solo percorsi sulle montagne  più ardue. Continua a leggere

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Su Biagio Cepollaro*Un’intervista (mancata) sulle sue scritture giugno 2006

*Biagio Cepollaro ( Napoli, 1959). Poeta e teorizzatore del “postmoderno critico”. Ha fondato con altri la rivista sperimentale Baldus (1990-1996)  e promosso il Gruppo ’93. Dal 2004 ha avviato, sul suo sito ufficiale (http://www.cepollaro.it/), le edizioni on line di Poesia italiana E-book  e altre numerose iniziative di poesia e critica.

 

1.
È sbagliato pensare che nella tua poesia la formazione letteraria (letture, partecipazione a gruppi poetici, ecc.) abbia avuto un maggior peso rispetto alla tua esperienza della “gente comune”, cioè distante o più estranea all’immaginario letterario?

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Su Pietro Cataldi* Perché leggere Dante (oggi)? in Allegoria n. 31 Aprile 1999

* Pietro Cataldi (Roma, 1961) è professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea all’Università per stranieri di Siena. È nel comitato direttivo di «Allegoria». Tra le numerose pubblicazioni: Montale (1991), La strana pietà. Schede sulla letteratura e la scuola (1999), Parafrasi e commento. Nove letture di poesia da Francesco d’Assisi a Montale (2002), Dante e la nascita dell’allegoria. Il primo canto dell’Inferno e le nuove strategie del significato (2008), usciti tutti presso Palumbo, Palermo; Le idee della letteratura. Storia delle poetiche italiane del Novecento (La Nuova Italia Scientifica e poi Carocci, Roma 1994 e poi 2011). In collaborazione con R. Luperini ha pubblicato numerose opere scolastiche, tra cui La scrittura e l’interpretazione. Storia della letteratura italiana nel quadro della civiltà e della letteratura dell’Occidente (3 voll. in 4 tomi, Palumbo, Palermo 1999) e un commento antologico alla Commedia dantesca (Le Monnier 1989, n. ed. 2009).

Basta Dante (oggi)?

Una risposta al Perché leggere Dante (oggi)? di Pietro Cataldi.[1]
Non è per vocazione all’irriverenza se diffido di quasi tutti i discorsi sui valori, che di solito si aggirano in nebulosità idealistiche buone per tutte le stagioni e tutti i luoghi e quasi mai si misurano con le pratiche individuali e sociali, preferendo volare come aquiloni inafferrabili sempre alto, troppo alto.
Quando poi a parlare di valori in tempi grami come i nostri e a riproporcene uno, Dante addirittura, è uno studioso che stimo come Cataldi, mi trovo spiazzato e imbarazzato nell’esprimere il mio dissenso almeno per tre buone ragioni:
1. Cataldi si riferisce ad un contesto reale, alla scuola d’oggi; e ha presente figure concrete: studenti riottosi, ministri pragmatici, insegnanti presi tra due fuochi (gli studenti e i programmi ministeriali);
2. rimanda a un monumento quasi inattaccabile come Dante, dal quale per secoli i discorsi epocali o contingenti fatti sui valori hanno succhiato energia universale; Continua a leggere

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Su Franco Tagliafierro* Il palazzo dei vecchi guerrieri, Lampi di stampa, Milano 2009

*Franco Tagliafierro (Teramo, 1941). Narratore. Ha pubblicato tre romanzi: “Il Capocomico”, “Strategia per una guerra corta”, “Il palazzo dei vecchi guerrieri”; e “Racconti a orologeria”.

 

12 dicembre 2010 (anniversario della strage di Piazza Fontana)

 

 

 

Il Palazzo. Ah, quale simbolo!

1. Un romanzo amarissimo

 

Il palazzo dei vecchi guerrieri è per me un romanzo amarissimo. Perché, vecchio quasi quanto i personaggi protagonisti, vi riconosco senza fatica, pagina dopo pagina, gli echi disastrosi e deprimenti della storia politica italiana del secondo Novecento. E perciò, malgrado le sapienti e garbate velature ironiche (e autoironiche) del narratore, non esito a collocarlo nel filone pessimistico del romanzo italiano.  Magari unicamente per la scelta finale del  protagonista, Macario Bentivegna (nome di comico e cognome augurale di speranza),  di fare da solo tabula rasa – e per «legittima difesa», e con l’esplosivo – del Palazzo a cui era così affezionato. Gesto che l’avvicina all’anonimo protagonista de La vita agra di Bianciardi, il quale voleva far saltare in modi simili il «torracchione»; e prima ancora al protagonista de La coscienza di Zeno di Svevo, che s’attendeva la guarigione dell’umanità malata da «una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni».

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Su Sandro Briosi Simbolo, La Nuova Italia, Firenze 1998

27 giugno 1997
Caro Sandro,
                    ho letto (due volte) il tuo saggio in dischetto sul Simbolo, appassionandomi su varie questioni […]. Ora in questa lettera, districandomi dal labirinto concettuale in cui mi hai guidato e dai duelli con semiologi neopositivisti, antropologi e filosofi pansimbolisti, critici lacaniani e benjaminiani, cerco di precisare,  a mio uso e consumo innanzitutto, le zone di sintonia, di simpatia o di perplessità su quanto scrivi.
 Mi ritrovo o simpatizzo in gran parte con la tua lucida e responsabile delimitazione del campo:  riconoscimento dell’emotività come  fonte del senso del simbolo (6),  base della costruzione d’immagini nella poesia  e di una comunicazione legata al vissuto personale in contrasto sia con la concezione puramente razionale e ultracodificata dei positivisti-semiologi  sia con il pansimbolismo. Anche per il fatto di non avere conoscenza diretta dei  tanti autori da te esaminati, la mia lettura si è lasciata attirare da brani, singole affermazioni che smuovevano in me curiosità e rimandi a nozioni o problemi afferrati altrove. Continua a leggere

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Su Sandro Briosi Introduzione agli atti del convegno "Il simbolo oggi" in "L’immaginazione riflessa" n. 1 1995

                                                                                                   Cologno Monzese 14 feb. ‘97
Caro Sandro,
                 rileggo, sulla rivista L’IMMAGINAZIONE RIFLESSA,  la tua introduzione agli atti del convegno   Il simbolo oggi del ‘94 e spulcio fra gli interventi, cercando di capire  cosa si muoveva nella cerchia dei partecipanti, perché vi partecipai, cosa inseguivo con le mie domande ai relatori e, infine, cosa  ci faccio nella tua Associazione… Orientandomi alla meglio posso simpatizzare (da tifoso culturale?) per l’”antiplatonismo” di Brioschi, afferrare alcune delle “questioni” interne (“tra fenomenologi”) o ritrovare “schieramenti” (quello  tuo e quello di Romano Luperini.. ). Ma poi sono costretto a chiedermi: l’‘interdisciplinarità’ che senso può avere per me, che sono fuori o ai margini delle discipline? […]
Mi sono riletto con più attenzione l’intervento che tu definisci “storico e poi bruciantemente attuale” di Eco. A me non pare che Eco indicasse delle vie per uscire dalla “dannazione dello scrittore contemporaneo”, di cui (permettimi la malignità…) sembra godere più che soffrire. […]
Considero davvero un brutto sintomo il fatto che, nel suo Dialogo tra il Poeta e un Facitore di Rotocalchi, quest’ultimo si veda rimbeccato per il suo bisogno di  attualizzare e politicizzare un testo letterario. E’ un’eresia? Non lo fece Eco alle origini della sua ascesa? […] E’ da ingenui e passatisti pensare che l’eccesso di simbolismo può portare all’occultamento di quello che una volta chiamavamo discorso “storico” e “sociale”? […] Non sarà il modo simbolico stesso a dover essere sottoposto a critiche più serrate? Non lo si è fatto a volte in passato? […] Mi scuserai se, per fretta e incompetenza, taglio con l’accetta.
Un abbraccio

Ennio

*Sandro Briosi (1941 – 1998) è stato ordinario di Letteratura italiana a Siena, ha insegnato nelle università di Milano, Groningen, Amsterdam, Toron­to e Montreal. Ha dedicato volumi e saggi alla letteratura italiana del primo Novecento (Vittorini, Marinetti, Serra, Svevo), alla filosofia di Sartre e a questioni di teoria letteraria (Il senso della metafora, 1985; Il simbolo e il segno, 1993). Ha fondato e diretto l’Associazione per lo studio del tema “Simbolo, conoscenza, società”. 

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Su Maria Maddalena Monti* Voci e Passi, EdiGiò, Pavia 2011

* Maria Maddalena Monti è stata insegnante nelle scuole superiori, collabora con circoli e associani culturali e partecipa al Laboratorio Moltinpoesia.
Fin dal titolo (Voci e Passi), dall’immagine scelta in copertina (la pastorella assorta che Pissaro dipinse in un Ottocento che all’elegia ancora concedeva uno spazio), dalla dedica (al marito), questa raccolta di Maria Maddalena Monti segnala  la sua fisionomia di fondo: una sensibilità  di donna che si apparta nel familiare tra  cose e persone amate (a volte trapassate) e invita  a una attesa sublimante, pacatamente religiosa.
Di chi saranno le voci o i passi?  Sfogliando l’indice e le  sessanta paginette, si capirà presto: le voci sono per lo più quelle della natura; i passi (consueti) quelli ansiosi della bimba Laura (p. 17), che ha scoperto coi suoi  occhi più nuovi  il nido dei merlottini, o di altre figure comunque care. Continua a leggere

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