Su Matteo Bonsante Sperduto (romanzo stampato in proprio) Polignano a Mare 2003

Gennaio 2008
Caro Matteo,
 durante le vacanze di fine d’anno sono riuscito a leggere Sperduto e te ne scrivo brevemente per riallacciare il nostro confronto un po’…in letargo.
Ti dico subito la mia prima immediata impressione: è un libro di una semplicità e a volte di un candore d’altri tempi. Ci trovo un andamento narrativo che ha un forte legame con l’oralità, come di racconto trasmesso a un pubblico familiare, complice dell’autore, sicuramente non scettico o ostile o sgamato come quello d’oggi, che prevale soprattutto negli ambienti “acculturati”.
Il contenuto – suppongo – ha un fondamento autobiografico e questo mi rende esitante anche nel giudicare il risultato estetico.
Il dramma infantile di un bimbo che ha perso il padre nella seconda guerra mondiale e che diventa per questo un diverso nella comunità d’appartenenza è pesante.  Io ho avuto dei cugini orfani di padre e in tutti, riflettendoci, ritrovo una tendenza alla chiusura, alla scontrosità e ad una forte cupezza, che non si è mai più veramente sciolta nei rapporti con gli altri e le altre.
Il lato umano di una vicenda del genere può restare a lungo oscuro e incomunicabile in certi casi per sempre.[…]

Nella tua resa narrativa poi ho da muoverti questi rilievi, che ti faccio fidandomi  del sentimento di amicizia stabilitosi tra noi e sperando di non irritarti:
1) hai scelto una forma di rammemorazione del passato che a me pare poco distaccata e tendente al  melodrammatico (aggiungerei quasi “ottocentesco”: a me ha rievocato certe letture fatte da ragazzo: Senza famiglia di Hector Malot, ad es.);
2) stanca un po’ l’elemento ripetitivo ricorrente (il bimbo che scappa per andare a vedere l’arrivo dei treni);
3) ha poco rilievo e trovo sacrificato l’interessante (per me) mondo popolare che attornia il protagonista (i cenni alla credenza nei sogni rivelatori da parte della madre, gli eventi  letti attraverso le immagini di un cattolicesimo popolare, l’emergere di fondi più arcaici: «sentire il lamento dei morti» 55);
4) non c’è vero svolgimento narrativo: e la continua riproposizione del tentativo di sondare un mistero – quasi un tentativo di “magia” – cozzando contro la dura realtà e non riuscendo a trovare una soluzione “realistica” ( magari con il passaggio  al riconoscimento dell’ illusione di quella attesa, un farsi adulto maturo e staccato dal proprio “mito”) ricorre – per concludere e placarsi – all’intervento di un deus ex machina : il nonno (93 etc.), che dà una soluzione sublimante e che “eternizza” il mistero.
Ma il problema, che più mi sta a cuore […] è quello  dell’adulto e scrittore che si volge verso il proprio passato infantile, il proustiano tempo perduto.
Nella Notizia finale (101) tu hai esplicitato la motivazione profonda e personale di questo tuo tentativo letterario. C’è uno scrittore adulto, che direi affascinato (e ossessionato) da quello che è un doloroso trauma infantile, che fa sua la fede (non si può dire altrimenti) del bimbo nella riapparizione del padre.
Perché – mi sono chiesto – tale adesione dell’adulto alla cocciutaggine del bimbo?
E come la risolve in termini di linguaggio?
Il problema è grosso: quel bimbo non ha parlato allora, non ha scritto nulla nel linguaggio d’allora. È l’adulto che si fa carico d’interpretarlo con l’ideologia e la sapienza letteraria acquisite nel frattempo (ammesso che protagonista del libro e autore coincidano).
Questa è l’operazione inevitabile che fa ogni scrittore che si piega sulle tracce del passato residuate nella sua memoria.
Ecco, a me sembra che tu non consideri quanto questo problema sia arduo e – se posso permettermi – sembri sfuggirlo o non vederlo quando scrivi: «Così ragionavo limpidamente nella mia testa di bambino» (48): oppure: «logica serrata del mio vago sentire» (49). Mai io scriverei una cosa del genere, soprattutto dopo il ‘900 che ha esplorato a fondo in letteratura e anche in altri campi i labirinti e le trappole della memoria.  Mi pare che tu, invece, sovrapponga e sposti nel passato le tue intuizioni  o convinzioni filosofiche di poeta adulto: «Allora pensai che solo andando alla fine del mondo oppure indietro indietro nel tempo fino a raggiungere l’origine delle cose » (53) (56).
Non voglio farla lunga.
Certo, l’ipotesi che il germe di una vocazione poetica sia nell’immaginazione dell’infanzia  ha una sua validità: il bimbo è costruttore di un mito (il ritorno del padre) e lo alimenta costruendosi dei simboli tratti dal reale in cui è immerso o che lo raggiunge ( la Russia, il gelo, 21), stabilendo delle analogie tra il vicino e il lontano, il visibile e l’invisibile («strani camminamenti che dal lungomare Grottone portavano segretamente in Russia, 23).
Ma chi può dire che l’onnipotenza infantile si sarebbe accontentata di uno sbocco poetico al suo desiderio? E fa bene l’adulto (specie se poeta) a stabilire questo filo diretto tra quel desiderio infantile e il suo desiderio adulto espresso nella scrittura?
Chiudo qui, augurandoti  buon anno
Ennio

*Matteo Bonsante (1935 Polignano a mare, Bari) ha insegnato nella scuola media superiore. Ha pubblicato  varie raccolte poetiche: Poesie 1954 – 2004 (Bilico, Ziqqurat, Sigizie, Esperidi, Nugelle, Prime poesie), Iridescenze (2007), Dismisure 2010, due romanzi brevi: Una linea di fuga (2001) e Sperduto 2003 e i lavori teatrali Caldarroste (1981), Dietro la porta 1984, Per solo donna 2004.

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