Su Velio Abati*Motivi edizione fuori commercio Grosseto 1997

*Velio Abati (Grosseto 1953). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, su Andrea Zanzotto e Luciano Bianciardi e curato il volume Franco Fortini. Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994. Ha diretto per vari anni la Fondazione Luciano Bianciardi di Grosseto ed è autore di racconti e poesie.

 

Cologno Monzese  30 giugno 2000

Caro Velio,
                    non vorrei lasciar passare troppo tempo prima di dirti qualcosa del tuo Motivi, che ho letto con coinvolgimento e interesse.  […].
Prendi questi appunti solo come un tentativo di approssimazione e, se e dove ho toppato, fammelo sapere.Con stima e simpatia

                                                    Ennio

        Il titolo non mi è molto piaciuto. Lo trovo troppo neutro rispetto alla concretezza del materiale narrativo (specie delle due prime sezioni).
        Ho avuto qualche difficoltà a individuare la vicenda parallela, mi pare, e la funzione narrativa dei brani segnalati con l’asterisco. Stralci del diario di un anno (dal 1 aprile al primo aprile, se non sbaglio). Voce femminile che parla di una lei (sua madre), di un certo Pin, soprannome (65)  del suo professore universitario. Lei è una studentessa, trentanni passati (40) che prepara a rilento una tesi di laurea o (come mi pare di  poter ipotizzare da pag. 107) una narrazione. Va in vacanza con Leo (14), il suo incerto fidanzato (73). La funzione di questi brani mi è parsa essere quella di stabilire un contrasto fra l’immediatezza persino banale del quotidiano odierno e il tono prevalentemente rievocativo, memoriale, a tratti mitizzante degli altri brani più estesi. Non ho avuto tempo per stabilire se gli inserti del diario sono pensati per quella parte del racconto ampio in cui sono inseriti o  traversano  a mo’ di intervalli “in libertà” le tre sezioni.
        Molti sono gli episodi narrati in modo davvero coinvolgente. Tra questi restano in mente, per l’atmosfera densa di significati profondi, quello – molto bello e comunque delicato – dell’iniziazione  sessuale da ragazzi (Mario e Maria, pag. 42 circa) e quello della caccia alle spinose (pag.68 circa). Ma anche altri – la figura del nonno-narratore (21), il pullman dei Piedineri e i ricordi di scuola elementare  (49), ecc. – mi paiono sempre  ben misurati. Il narratore c’è e mi pare anche fornito di un passo antico, positivamente ottocentesco.  Per alcuni versi ho pensato a Nievo, ma vado  per ricordi liceali. Solo che il narratore è in contesa col saggista (ovviamente, dirai, visto che siamo a Novecento finito) e, a tratti , mi pare con un intento descrittivo (positivistico? antropologico?) molto forte. Qui vedo emergere dei problemi.
        Nella lettura ho puntato ad isolare delle zone che chiamerei di “diario  intellettuale” (Ad es. pag.10-13), dove l’intento saggistico è preponderante. E’ un intellettuale d’oggi che ripensa il suo passato, la sua infanzia (“Ma allora non sapevo ancora niente di tutto questo”, pag. 18). Il precedente proustiano e la lezione di Zanzotto fanno da sfondo “dotto” e “filosofico” (Cfr. riflessioni sulla vastità dei silenzi umani, pag. 16). Il passaggio dalla meditazione al ricordo preciso (pag.18), che non è mai del tutto idilliaco ma realistico e spesso volte crudo, mantiene una certa tensione fra i due poli (narrativo e saggistico) della tua scrittura.
        Il ricordo, anche quando è  frammento, viene come “inguainato” nella riflessione ad alto livello intellettuale del soggetto odierno, che parla e rievoca in modi  elaboratissimi (Qui  la lezione di Proust…), è avvertito dei tranelli  del rammemorare (“Ma chi crede che lo svelamento sia un fatto squisitamente razionale?( pag.20) e fa riferimento a precisi dibattiti culturali o ad autori di riferimento (Dostoewskij ad es,, pag.41).
        A me  questo andamento spurio va bene. Ma mi pare che esso, per non risultare costipato, dovrebbe potersi ampliare, “sfrenarsi” per lunghe pagine.
        L’intento descrittivo mi pare presente, ad es., negli episodi che riguardano i funerali  e la festa della trebbiatura ( pag.32), la raccolta dei balzi (pag.32), l’uccisione del maiale (63). Io che ho solo pallida memoria dell’andamento della vita in campagna, assaggiata appena da bambino e poi ritrovata attorno all’adolescenza  soprattutto nella lettura “arcaico-mitizzante” di Pavese, resto ammirato dalla  precisione linguistica e dall’attenzione ai particolari. Ma è un mondo perduto e descriverne degli aspetti con precisione non fa scattare – parlo per me – la molla dell’interesse da parte di un “metropolitanizzato”. Quel senso della continuità che caratterizza l’infanzia della voce narrante (“Vivevo, da sempre, nella convinzione che un filo legava i miei nonni a ciò che avrei fatto”, pag.21), quel sentirsi radicati in una epopea familiare (l’edificazione del podere, pag. 21) e in un universo parentale o sociale affine, anche se con grosse tensioni (la figura di Caporeparto, pag. 30; il nonno (materno?) in dissidio con  la famiglia del narratore, pag. 57) sono venuti meno. E allora si vorrebbe più concentrazione (io vorrei più concentrazione…!) sul “nodo che ci prese e ci trasformò”( pag.40), sul “travaglio che ci mutò” ( pag.58).
        Il tuo stile di narratore però è prevalentemente allusivo ed attento a render conto soprattutto delle atmosfere emotive vissute dal narratore. Sfugge perciò certe “curiosità spicciole” del lettore o tende (con predeterminazione?) a spiazzarlo.

* Nota
Il testo  è stato pubblicato in versione più ampia sul sito http://www.poliscritture.it
    
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