Su Sandro Briosi*Il sogno raccontato da Svevo in "Allegoria" n.14 1993

*Sandro Briosi (1941 – 1998) è stato ordinario di Letteratura italiana a Siena, ha insegnato nelle università di Milano, Groningen, Amsterdam, Toron­to e Montreal. Ha dedicato volumi e saggi alla letteratura italiana del primo Novecento (Vittorini, Marinetti, Serra, Svevo), alla filosofia di Sartre e a questioni di teoria letteraria (Il senso della metafora, 1985; Il simbolo e il segno, 1993). Ha fondato e diretto l’Associazione per lo studio del tema “Simbolo, conoscenza, società”. 

 

Cologno Monzese, 10 gennaio 1994

 

Gentile prof. Briosi,

[ … ] ho letto sul n. 14 di Allegoria il suo articolo: Il sogno raccontato da Svevo e proprio in coincidenza con alcune mie prove di “narratorio” a partire da sogni [ … ].

Verso la sua tesi di fondo mi trovo in dissenso: il modello che lei valorizza di scrittore stoicamente eppur saldamente «condannato alla coscienza» cozza con la mia constatazione che reali «sorprese» hanno già cambiato la vita (mia e degli altri) e che la psicoanalisi – almeno quella che vado conoscendo – lungi dal produrle in proprio, dal richiedere abbandoni all’inconscio o «alla diagnosi dell’analista», è interrogazione critica e non scontata; quindi neppure «scienza» che vuole stringerci «entro le maglie del caso clinico».

Essa ha corroso semmai lo spazio “irreale” dell’immaginazione, fortezza della letteratura abbastanza espugnata ormai: sia da chi, come Svevo, ha condotto «alle conseguenze estreme i presunti valori assoluti della razionalità e della coscienza» sia dagli altri «maestri del sospetto»[1] anche a lei ben noti. Perciò non credo che la ricerca di «valori più modesti e concreti, diciamo più deboli» possa prescindere dal pieno riconoscimento di questo ribaltamento novecentesco dei saperi.

Anche a non voler rinunciare alle “vecchie” parole: coscienza e ragione, non possiamo negare la loro riduzione a dialetto; e, se l’Inconscio non è la nuova lingua universale (con la psicoanalisi in veste di sua ancilla privilegiata … ), resta problema ineludibile.

Ma davvero – mi chiedo – è così impossibile «ogni manifestazione dell’inconscio, all’interno di un’opera letteraria»? Davvero coscienza e inconscio (o come vogliamo chiamare quest”’altro” dalla coscienza, se la “realtà” tutti – anche lei nella sua lettera – siamo costretti a virgolettarla?) non si frequentano, non si contaminano, e letteratura e psicoanalisi se ne dovrebbero stare specifiche, incomunicanti e autoreferenziali (quasi – mi permetto la battuta – come le varie facoltà universitarie … )?

Ecco, qui è la mia obiezione di fondo.

Posso sbagliare, ma, nel ribadire la distanza da mode psicocritiche disinvolte, riduzioniste e irrispettose dei testi letterari, lei mi dà l’impressione di condividere
l’idea di un’autosufficienza (sia pur pagata con qualche «rinuncia» … ) della letteratura; e, nel caso esaminato, di spalleggiare troppo Svevo contro l’incomodo «dottor S.».

A me pare, invece, che si debba considerare più attentamente l’ambivalenza di Svevo (ma anche di Saba – per quel che so – e di molti altri letterati d’ogni calibro) rispetto alla psicoanalisi o all’idea che ne ha avuto e non dichiararlo così felicemente «condannato alla coscienza».      I

Potrò peccare d’ingenuità. Ma, sfuggendo le mode dello psicoanalismo e della letterarietà, è possibile – credo – spingersi sulle zone di confine fra i saperi contemporanei e ficcare il naso nelle discipline “altrui”, ricalibrando la propria (chi ce l’ha, per ruolo o per passione).

Ora, quando lei sottolinea con vigore: 1) la perfetta coscienza di sé di Zeno; 2) la maggiore efficacia nel descrivere questo personaggio della sartriana analisi della «malafede» rispetto alle «analisi del profondo»; 3) la controllabilità (da parte di complici coscienze) della comunicazione letteraria rispetto al meno affidabile «incontro fra incontrollabili inconsci individuali»; 4) la significanza (non inconscia, ma al massimo “invischiata” nel “mondo”, se interpreto bene … ) del linguaggio letterario; 5) la parafrasabilità del romanzo nel riconoscimento dell’«impossibilità, nel nostro universo, di trovare salvezza sia nella Salute che nella Malattia», mi sento di seguirla con molte perplessità e appena possibile obbiettare:

– Il tipo – un po’ particolare, credo – di coscienza di Zeno gli viene da un corpo a corpo, scettico quanto si vuole, proprio con l’inconscio, alla cui esplorazione lo sollecita il «dottor S.», presupposto neppure tanto implicito del suo narrare.

– Senza l’orientarsi della sua scrittura dall’oggettività del naturalismo ad una soggettività più probabilistica, Svevo quella coscienza di Zeno non se la sarebbe potuta permettere così solare, ironica, e leggera.

– Se non c’è nel romanzo «alcun segno di una valutazione univocamente negativa della “malattia”», Svevo lo deve proprio (se non esclusivamente … ) alla lezione (orecchiata o studiata) di Freud. Nella sua coscienza entra con prepotenza questo tema, proprio perché egli respira a pieni polmoni (anche se con la «nota ironia») “aria viennese” o – altra ipotesi – attinge, se non al medesimo “pozzo” di Freud e con i suoi strumenti, a “qualcosa di molto prossimo”. E – azzardo – con una specifica strumentazione (letteraria) non poi così dissimile da quella psicoanalitica. (Forse la “complicità fra coscienze” che Svevo coltiva non si ha del tutto in assenza di «un incontro fra incontrollabili inconsci individuali». E la sua comunicazione più formalizzata ha aloni incontrollati che l’accostano – al di là delle apparenze – ai linguaggi “quotidiani” … ).

Svevo, insomma, “civetta” con la psicoanalisi, ma non lo vuole dare a vedere: nasconde questi suoi “commerci” clandestini; ci tiene a mantenere da gran signore distacco e indipendenza di giudizio. Non fa – è ovvio – lo psicoanalista; ma frequenta quell’orbita di ricerca o attinge a quel “qualcosa” e si vede … Se dubitiamo delle sue. affermazioni in contrario o del senso più riconosciuto e ammesso dei suoi testi, non vuol dire che ci arrendiamo al «mito di una letteratura in “presa diretta” con l’inconscio». Evitiamo solo di troncare il legame fra letterato e inconscio (e psicoanalisi) e non ci precludiamo di indagarlo più approfonditamente.

L’inconscio di Svevo non si manifesterà proprio nei “sogni” che racconta nel romanzo?

Ammettiamo di buon grado che tutti gli eventi di un romanzo («tutti gli eventi della vita di Zeno», sogni compresi) rientrino nel “regno” della finzione letteraria.

Ma perché in un tale “regno” è esclusa la presenza o la possibilità di «rapporti con pulsioni profonde della psiche»?

Neppure lei lo esclude, ma lo considera irrilevante. Perché mai? Certo un narratore al sogno dà una “forma”; manipola secondo determinati codici stilistici il dato grezzo, lo fa entrare nei flussi della comunicazione, gli dà un senso, è mosso dall’intenzione di comunicare (anche quando nega … ), eccetera.

Ma, se si trattasse – come lei dichiara – di «un senso che è cosciente e non aveva ancora trovato il modo di distanziarsi da sé», la scrittura e la comunicazione non diventerebbero operazioni quasi aggiuntive rispetto a un pensiero aprioristicamente cosciente, invece che operazioni avventurose e costruttive di un pensiero continuamente sfuggente e rinnovantesi ( come credo)? E dichiarare «inconsci» i significati «prima della scrittura» è davvero affermazione così lontana da Sartre, che li vede invece «invischiati» nel mondo?

lo, comunque, non credo che l’operazione del narrare resti inalterata quando entrano nella narrazione certi dati grezzi invece di altri; quando, insomma, Svevo dà più spazio ai sogni (o alle ambivalenze di un inetto alle prese con uno psicoanalista … ).

Il ricorso a forme tradizionali e secolari di comunicazione letteraria (razionale?) impone un filtro al magma pre-verbale dell’esperienza e il “testo-prodotto” ha comunque il “marchio di fabbrica” della letteratura. Ma nessuna abilità retorica garantisce un pieno «dominio sulla propria materia» o può sbarrare l’accesso a dati più inquietanti o informi – che sono poi quelli di solito più sottolineati dalla ricerca psicoanalitica in genere.

– A negare la possibile emersione dell’inconscio anche nei testi letterari (magari non si tratterà del Desiderio ma delle sue macerie … ) si rischia – secondo me – di condannarli ad una pericolosa insolazione di Coscienza.

Lo scrittore non può pretendere – come mi pare faccia Svevo – di sottrarre il frutto che egli ha colto e abilmente camuffato (e direi: “normalizzato”) alle supposizioni che lettori, critici ed ogni tipo di interpreti, compresi gli psicoanalisti, affacciano per capire anche in quali campi lui l’ha coltivato o – perché no – rubato.

Come vede, mi colpisce molto in Svevo questo duello (lo è poi?) fra scrittore e psicoanalista. Ma sarei restio, alla fine della competizione, a schierarmi con lo scrittore.

Chi ci guadagna davvero e cosa, fra Zeno e il dottor S.?

Non sono così convinto – ad esempio – che, quando Svevo fa entrare «dentro le maglie del suo racconto» il dottor S., «l’analista ha perso ogni potere sull’analizzato», tant’è vero che quest’ultimo deve fare i conti per pagine e pagine coi dubbi non campati in aria emersi proprio dall’incontro (non casuale, anche se alla fine eluso), con l’altro.

Svevo certo si riconferma nel suo immaginario regno della “finzione letteraria”.

Ma non mi pare davvero «libero», se si limita a rovesciare i sintomi dell’inconscio «in manifestazioni di un coscientissimo modo di porsi di fronte alla vita». E, infatti, «la sola alternativa che concepisce alla propria condizione è l’esplosione che la distrugge insieme al mondo in cui essa è immersa».

Questo «coscientissimo modo di porsi di fronte alla vita» manda alla malora anche coscienza e ragione! (Allora preferisco l’ultimo Leopardi de La ginestra … ).

E vengo alle battute finali del suo scritto.

«Zeno sa benissimo che non ci sarà [ … ] mai un dottor S. che offra una soluzione, una salvezza, una via d’uscita»? Ma perché l’analisi dovrebbe offrire una «salvezza», se non la intendiamo come una fede religiosa?

Non regredisce «ad una condizione pre-razionale od inconscia», ma conduce «alle conseguenze estreme i presunti valori assoluti della razionalità e della coscienza»? Ma proprio qui vedo il danno della «insolazione illuministica», che carbonizza suo malgrado anche le “vecchie” parole: coscienza e ragione: temendo di “regredire”, fissata al Progresso, prescinde dalle condizioni “inconsce” ma vitali della nostra esistenza… L’inconscio – ripeto e concludo – è un problema troppo aperto (molto più “aperto” che ai tempi di Freud, secondo l’ultimo libro di Jervis … ); e per tutti, non solo per i letterati e gli psicoanalisti.

Se illetterato dovesse rinunciare «alle reali “sorprese” che cambierebbero la sua vita» o accucciarsi dentro lo spazio “irreale” della sola immaginazione, magari anche con l’aiuto di una certa compiacente psicoanalisi, il guadagno del «dominio sulla propria materia» sarebbe irrisorio. Si condannerebbe non alla «libertà» ma a decorar si la prigione.

Con stima fraterna,

Ennio  Abate

 

Replica di Sandro Briosi

 

Siena, 10 febbraio 1994

Caro Abate,

La ringrazio per la Sua lettera. Le obiezioni che rivolge al mio articolo sollevano un problema di carattere generale, quello dei rapporti tra inconscio e letteratura, su cui una breve prosecuzione del dibattito fra noi potrebbe interessare (e spero coinvolgere) i lettori di Allegoria.

A prima vista la mia posizione, contrapposta alla Sua, parrebbe quella di una difesa “cartesiana” dell’autonomia e della superiorità della coscienza; cercherò di chiarire che si può sostenere il peso non determinante, in letteratura, dell’inconscio senza essere cartesiani ed ignorare la scoperta di Freud. La cura psicoanalitica non è, certo, una dedizione passiva all’analista; è anche interrogazione critica su di sé. Il fatto è che raccontare questa interrogazione significa renderla finta (o finzionale) al fine di farne la portatrice di un senso (cosciente). L’inconscio può certo “irrompere” nella scrittura ma se diventa un elemento arricchente e pertinente rispetto al suo senso lo diventa perché entra a far parte del cosciente sistema formale del testo e solo come funzione di esso può contribuire a significare. E’ ciò che spesso dimentica la psicocritica, che ignora come la pertinenza, la significatività di tratti, formali e non, del testo si può misurare solo rispetto a quel senso, per via dunque ermeneutica e non analitica. Temo che in queste discussioni agisca ancora una confusione tra il carattere non (compiutamente) parafrasabile del senso di un testo letterario (quello
che gli idealisti chiamano la sua «ineffabilità») e la sua natura inconscia. Il senso di un testo, diceva Breton, non è «profondo» e «quello che il poeta voleva dire lo ha detto». Va da sé che il sistema formale del testo non lo intendo come un universo chiuso, evasivo, rassicurante: però anche gli interventi in esso più “negativi” e vòlti a rompere ogni effetto armonizzante e consolatorio devono entrare nel “gioco” di quel sistema; per essere efficaci, per avere senso devono essere “coscienti”.

Per questo non mi pare che tra Zeno e il dottor S. ci sia un vero “corpo a corpo”:
il gioco è così finto, la vittoria così scontata. E allora l”’antinaturalismo” di Svevo è certo debitore verso ciò che egli ha imparato da Freud (la potenziale duplicità di ogni esperienza), ma non dipende dalla presenza della psicoanalisi dentro il romanzo: tale presenza non fittizia avrebbe indotto a trovare la verità nel “profondo”, nella “malattia”, e malattia e salute avrebbero cessato di scambiarsi continuamente le parti.

Se il senso, Lei dice, è già presente alla coscienza dello scrittore prima che egli gli dia forma scrivendo, la letteratura non è che aggiunta, decorazione. lo direi proprio di no: la sua funzione è quella di liberare la realtà e il suo senso dalla prepotenza ideologica dell”’oggettività” e vi riesce “irrealizzandola”, o, come altri dicono, sospendendo la referenzialità: per cui la «condanna alla coscienza» di cui ho parlato non è affatto «felice» poiché suo compito è proprio quello di distruggere la felicità di chi lascia alle cose la responsabilità di essere ciò che sono.

Ho parlato nel mio articolo dei significati «invischiati», secondo l’espressione di Sartre, nel mondo e lei mi chiede se non c’è qui il segno della presenza dell’inconscio. Risponderei che tale segno è caratterizzato dalla disgregazione (dalla «desimbolizzazione» direbbe Lorenzer[2]) del sintomo, mentre la “donazione di senso” al mondo, che in esso può invischiarsi, è invece un atto di totalizzazione della realtà:
una totalizzazione cosciente anche se non consapevole della propria relatività: in essa, cito ancora Sartre, il soggetto è «cosciente (di) sé» e non «cosciente di sé». L’irrealizzazione della letteratura trasforma questa totalità soggettiva in una realtà intersoggettiva e comunicabile, e dominabile. Questo dominio, questa libertà impotente dell’immaginario non è necessariamente felice: Zeno è libero e disperato, senza contraddizione, perché alla sua libertà non vede, nel suo mondo, possibili «applicazioni» che lo liberino dall’angoscia che si esprime nell’esplosione con cui si chiude il romanzo.

L’«insolazione illuministica» scompare insomma se non si crede ad una coscienza «cartesiana» ma a quella «coscienza che è sempre coscienza-di qualcosa» di cui parla Husserl. E se, per esempio, si pensa all’inconscio non come ad una realtà alternativa alla coscienza ma come allo «spessore della coscienza» di cui parla Minkowski: uno spessore che ha strati, alcuni dei quali sfuggono ad ogni controllo e si manifestano in nevrosi e psicosi. In questa prospettiva, la «prigione» in cui siamo non viene «decorata» dall’arte ma appunto irrealizzata, portata a rivelare la sua natura non necessaria e invece storica, frutto di una responsabilità umana. Dopodiché, di per sé la letteratura non “cambia la vita”: come è noto, la vita si cambia cambiando la società; e in certi casi estremi la può cambiare la psicoanalisi praticata (non quella scritta) sbloccando gli strati incontrollati dello spessore della coscienza, conducendoli alla “risimbolizzazione”. Non solo la letteratura non cambia la vita: essa può al contrario (se se ne fraintende la realtà) creare uno spazio pericolosamente illusorio in cui si crede che la vita, individuale e magari anche sociale, sia cambiata mentre la si sta solo contemplando nella sua possibilità di essere diversa.

Mi fermo qui, caro Abate. Bisognerebbe dire molto di più, e in modo più rigoroso; ma ciò porterebbe fuori dallo spazio e dal tono di uno scambio epistolare, della testimonianza dell’effetto stimolante che ha avuto la Sua lettera (e che, spero, avranno le due lettere insieme). La saluto con viva amicizia,

 

Sandro Briosi

 

* Queste due lettere sono state pubblicate su Allegoria n.17 Anno VI, Nuova serie, 1994 (pag.138)

 


 


[1] Nota 2011. Mi riferivo a Marx e Nietzsche, indicati assieme a Freud con il termine ‘maestri del sospetto’ da Paul Ricoeur. Così ha scritto di loro il filosofo Antimo Negri: «Se risaliamo alla loro intenzione comune, troviamo in essa la decisione di considerare innanzitutto la coscienza nel suo insieme come coscienza “falsa”. Con ciò essi riprendono, ognuno in un diverso registro, il problema del dubbio cartesiano, ma lo portano nel cuore stesso della fortezza cartesiana. Il filosofo educato alla scuola di Cartesio sa che le cose sono dubbie, che non sono come appaiono; ma non dubita che la coscienza non sia cosí come appare a se stessa; in essa, senso e coscienza del senso coincidono; di questo, dopo Marx, Nietzsche e Freud, noi dubitiamo. Dopo il dubbio sulla cosa, è la volta per noi del dubbio sulla coscienza.» (Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati, Milano, 1991, vol. II, pagg. 458-459)

[2] Nota 2011. Alfred Lorenzer (Ulm, April 8, 1922 – Perugia, June 26, 2002) è stato un terapista e sociologo tedesco e un pioniere degli sviluppi interdisciplinari, avendo collegato la dimensione psicoanalitica con altre scienze dell’uomo (psicologia, biologia e sociologia).È autore di Crisi del linguaggio e psicanalisi, Laterza, Bari 1975.

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