Su Maria Maddalena Monti* Voci e Passi, EdiGiò, Pavia 2011

* Maria Maddalena Monti è stata insegnante nelle scuole superiori, collabora con circoli e associani culturali e partecipa al Laboratorio Moltinpoesia.
Fin dal titolo (Voci e Passi), dall’immagine scelta in copertina (la pastorella assorta che Pissaro dipinse in un Ottocento che all’elegia ancora concedeva uno spazio), dalla dedica (al marito), questa raccolta di Maria Maddalena Monti segnala  la sua fisionomia di fondo: una sensibilità  di donna che si apparta nel familiare tra  cose e persone amate (a volte trapassate) e invita  a una attesa sublimante, pacatamente religiosa.
Di chi saranno le voci o i passi?  Sfogliando l’indice e le  sessanta paginette, si capirà presto: le voci sono per lo più quelle della natura; i passi (consueti) quelli ansiosi della bimba Laura (p. 17), che ha scoperto coi suoi  occhi più nuovi  il nido dei merlottini, o di altre figure comunque care.

Il libretto è costruito su  cinque sezioni: Le voci della natura,Passi consueti,Echi dal passato,Tracce d’infinito,Le parole della poesia. In ciascuna sono collocati componimenti (da un minimo di cinque a un massimo di nove) che stanno quasi tutti (ad eccezione di  Piccoli puntini, p.29) in una paginetta. I versi pure sono brevi (per lo più quinari e senari) e raramente raggiungono l’endecasillabo. Il ritmo è di breve respiro e non c’è ricorso alla rima. Le frasi hanno una sintassi semplice. L’attenzione  va  tutta ai significati delle parole che ruotano  attorno al titolo. Questo non manca mai; e dà sempre e quasi da subito la chiave del suo svolgimento: l’intenzione di recuperare in immagini (a volte più simboliche, a volte meno) un sentimento speranzoso e amoroso, che si fa meno fuggevole e indefinito quando riguarda – appunto – la cerchia familiare e quotidiana (specie in Passi consueti).
La prima sezione, Le voci della natura, sembra ancora  fiduciosa in un possibile dialogo (mi venite incontro/ luoghi in cui fui felice, p.8; Gelido inverno/m’intrigano/ i tuoi giochi, p. 10) tra chi scrive e le stagioni, il cielo,  le piogge, le foglie, la brina, le cicale, i calabroni, gli uccelli; e persino una marmotta.
Un rapido repertorio delle immagini evocate in Passi consueti, la seconda sezione, evidenzia con immediatezza la scelta di un lessico familiare e femminile. Troviamo nominati: la casa, il nido, i merlottini, la culla, la cesta dei giochi, le bolle di sapone, il nastro rosa, la neve, il cimitero, il deposito di biciclette, lo specchio. Di immagini (e parole) “moderne” c’è solo la scaletta di un aereo (un dettaglio in quel componimento, Sempre in volo a p. 24). Persino il paesaggio urbano di Milano è richiamato da obsolete, e anche in questo caso ottocentesche, ciminiere.
La terza sezione, Echi del passato, è quella più costruita su ricordi di precise persone. Domina qui in un’atmosfera austera da «quasi quadro fiammingo» (p. 31) una figura materna: è una ricamatrice o tessitrice, maestra della figlia quando  essa è  bimba, ma anche dopo, quando è divenuta adulta e madre a sua volta.  Le due figure di madre e figlia tendono a sovrapporsi: ora nella ripetizione dei gesti, che la figlia si impone – esercizio di maturazione propria nella continuità con la madre generatrice – con l’intento di assomigliarle almeno un poco; ora soltanto nei sorprendenti processi della memoria, quando in un tentativo quasi magico la somiglianza  dei loro due visi (p. 36) balena  tra i cerchi concentrici prodotti  dal lancio  di un sasso (il ricordo?) in un lago (il dantesco lago del cor?).  È sempre la madre a riassumere e trasmettere nel tempo il senso del lavoro/come religione e ad essere rievocata – evidente lo spunto alla Proust – attraverso le mani che odorano di sapone di casa. Queste mani (femminili sempre) ritornano pure in un altro componimento a  indicare virtù: fermezza,  tenerezza, leggerezza giovanile.  Le figure maschili mancano o appaiono indirettamente e fugacemente come in Vorrei parlarti a p.26  o in Marta a pag. 32. Si coglie una circolarità di rapporti tutta al femminile, anche se le figure amiche che s’affacciano nei versi – una nominata,Marta (p. 32), l’altra no (p. 38) – non raggiungono lo spessore e l’imponenza  dalla figura materna.
La quarta sezione, Tracce d’infinito,  è segnata più esplicitamente dalla religiosità positiva riconducibile all’educazione cattolica della poetessa. In coerenza illuminante con la femminilizzazione, che a me pare la cifra prevalente della raccolta, a me pare che in questi componimenti i puntuali riferimenti religiosi,  più che concentrarsi sulla figura del Cristo adulto o sulla simbologia della passione e della croce, restino prevalentemente nell’alone della Madre, non più quella carnale e familiare rievocata nella terza sezione ma quella sublimata di Maria, la piccola fanciulla ebrea. Di lei l’autrice rivive per identificazione la vicenda giovanile: l’annunciazione e poi , dopo la natività, la dedizione nel vegliare  il neonato divino in un paesaggio che resta saldamente presepe d’infanzia e perciò astorico, anche se qui fa capolino un altro dei pochi simboli “moderni” presenti nella raccolta e non casualmente di guerra: il fucile (allusione,sempre indiretta, al conflitto novecentesco che insanguina quella Palestina, luogo simbolico di elevazione religiosa e di pace per un certo immaginario cattolico). Anche la rievocazione della festività religiosa del Mese di maggio (p. 45) è occasione per tentare una nuova sovrapposizione con la figura  materna, divina in questo caso.
L’ultima sezione Le parole della poesia,  è  una dichiarazione di poetica: l’autrice intende il fare poesia come un processo faticoso di  fuga e di ritrovamento  attraverso i gorghi di memoria di  una percezione di sé; ma anche di resistenza – natura contro industria –  simboleggiata dall’immagine dei papaveri/ di uno sbiadito rosso che, spuntano tra le traversine dei binari (p. 56) sfidando le trasformazioni della modernità.
Devo dire in tutta sincerità che non sarà mai un lettore neutro o coinvolto ottimisticamente nella modernità o immerso nella sua storia sempre più contraddittoria,  nevrotica e oggi tendente all’in-civile, che potrà apprezzare la poesia di Maria Maddalena Monti. Per prestarle un’attenzione non diplomatica,bisogna appartarsi da cronaca e mondanità e puntellare la lettura di questi versi sui residui ricordi d’infanzia che  tutti ci trasciniamo nel tempo. Non è irrilevante che in essi,  quasi con candore sabiano, si dica persino che il «piccolo cimitero […] sa d’infanzia» (24). Solo strappandosi all’eccitazione del presente, può essere accolto il valore di questo modo  raccolto, pacato e forte di vivere la femminilità, a prima vista datato  e quasi circoscritto in un immaginario molto familiare.
Quanto al substrato religioso di questa raccolta, personalmente non riesco a considerarlo prescindendo dal bilancio generale più che severo fatto dall’ultimo Ranchetti in Non c’è più religione. Egli in quel suo libretto indicò il depauperamento o la completa perdita delle fondamentali basi dottrinarie del cristianesimo. Per cui la religiosità presente o persistente  nel mondo d’oggi e anche in un paese come l’Italia, dove il cattolicesimo sembra avere tanta presenza (ma si tratta di presenza soprattutto spettacolare) è mortificata o, come  a me pare di cogliere in questa poesia, è costretta ad alimentarsi soprattutto di natura e affettività familiare, di nostalgia, di memoria, di riservatezza.
Anche nei confronti della natura, di cui l’autrice ascolta le voci,  direi che  i suoi versi rivelano soprattutto nostalgia o – cosa non diversa – un  attaccamento all’immaginario della tradizione letteraria pre-industriale che alla natura guardò con spirito romantico. No, qui non c’è la “natura” che  potremmo  conoscere intellettivamente; e neppure quella di cui abbiamo notizie  attraverso la divulgazione scientifica o ecologista. C’è la natura dei poeti (forti mi paiono gli echi di Pascoli e D’Annunzio), fissatasi nella nostra sensibilità grazie alla letteratura, che fino appunto all’Ottocento di essa (tranne eccezioni: Leopardi innanzitutto) ci ha dato prevalentemenete il paesaggio: elegiaco-pastorale, impressionistico, da revival paganeggiante (D’Annunzio su tutti). Sicuramente nell’esperienza vissuta dall’autrice (e in quella che noi ancora possiamo fare girando l’Italia o altri paesi…) vedremo ancora «l’onda che batte/ sul muro con fragore/ e lascia i suoi relitti/ sulla riva» (p. 7) o «l’erba/incendiata/ dal rosso dei papaveri» (p. 7), ma nel passaggio dalla esperienza che oggi noi possiamo fare della “natura” (reale) al linguaggio quell’immaginario letterario – un filtro che abbellisce e distrae – è troppo forte. E certe scelte linguistiche[1] – il lessico, l’aggettivazione –  di questa raccolta, che riecheggiano pascolismi o dannunzianesimi, forse in Italia tuttora insuperati, segnalano secondo me tale influenza. E  allora  più facilmente  il fascino dell’infanzia, del passato, del piccolo mondo antico che ci portiamo nel cuore ci suggerisce quei toni ancora elegiaci, da cui sarebbe bene diffidare. Può parere presuntuoso o antipatico suggerire di dare di tanto in tanto un’occhiata alle devastazioni novecentesche di tutti i nostri paesaggi, compresi quelli mentali, così trascurati a favore del sentimento  o del visibile spettacolarizzato, ma a me pare un buon consiglio. La poesia non può, come una farfalla, lasciarsi abbacinare dalla luce proveniente dall’immaginario letterario del passato o da quello televisivo del presente. Altrimenti le voci e i passi più autentici, che anche Maria Maddalena Monti vuole strappare ai gorghi della memoria, rischiano di rimarrebbero negli abissi.
Ennio Abate 18/24 maggio 2011

[1] Ecco un veloce elenco di termini  per me fortemente e persino fastidiosamente letterari: fragore, fremito, cobalto, iridescente(7); poltiglia, balugina,imperiosa, aggrovigliati (9);  arabeschi, sonnolenti, presagi (10), torrida, sibili, canneto, corolle (11)…
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