Su Sandro Briosi Simbolo, La Nuova Italia, Firenze 1998

27 giugno 1997
Caro Sandro,
                    ho letto (due volte) il tuo saggio in dischetto sul Simbolo, appassionandomi su varie questioni […]. Ora in questa lettera, districandomi dal labirinto concettuale in cui mi hai guidato e dai duelli con semiologi neopositivisti, antropologi e filosofi pansimbolisti, critici lacaniani e benjaminiani, cerco di precisare,  a mio uso e consumo innanzitutto, le zone di sintonia, di simpatia o di perplessità su quanto scrivi.
 Mi ritrovo o simpatizzo in gran parte con la tua lucida e responsabile delimitazione del campo:  riconoscimento dell’emotività come  fonte del senso del simbolo (6),  base della costruzione d’immagini nella poesia  e di una comunicazione legata al vissuto personale in contrasto sia con la concezione puramente razionale e ultracodificata dei positivisti-semiologi  sia con il pansimbolismo. Anche per il fatto di non avere conoscenza diretta dei  tanti autori da te esaminati, la mia lettura si è lasciata attirare da brani, singole affermazioni che smuovevano in me curiosità e rimandi a nozioni o problemi afferrati altrove.

Te ne faccio un elenco disordinato:
– la difesa del simbolo dalle accuse di essere una forma “primitiva” di pensiero (14);
–  l’affermazione che la nostra cultura non è un “dato originario e fermo”, metro unico per misurare il resto;  o che l’irrazionalità non può diventare un “modo migliore di conoscenza” (51);
– la critica del trionfo del mito (21);
– l’indicazione dei rischi di fissazione mitica (26) o dell’assimilazione fra simbolo poetico e mito (confondere “credenze” e comunicazione) (52);
– la funzione di rimozione della realtà svolta dal mito e di superamento o “disinvischiamento” del simbolo (59);
– il far rientrare nel mito l’atteggiamento di accettazione passiva e dogmatica del sapere collettivo di partenza(69);
– l’analisi del linguaggio pubblicitario(40);
– la visione della poesia che non è “uscita  da sé”, abbandono della propria realtà esistenziale e storica (95) ma indicazione di un possibile io comune, che si nutre dell’io reale, ma non vi coincide.
Su altri passaggi  sono perplesso: […]
–  Quando  affermi che “il mito è ineliminabile da ogni società reale” (31), non capisco come si realizza la ”condizione” che permetterebbe all’identificazione mitica con la Nazione (è il tuo esempio) di non diventare inconscia (31). (E poi, come Croce aveva dato un ruolo (basso) alla religione nella gerarchia dello Spirito,  tu dai al mito la funzione di indispensabile  “collante” produttore di un’appartenenza “utile e raccomandabile” e chiudi il discorso senza dir nulla più su che tipo di società  è quella che ha bisogno di tale “collante”);
 – Ho l’impressione di una tua tendenza a conciliare mito e ragione (ad addolcirne a volte il contrasto) e mi pare che, su un piano storico, saresti smentito dagli scontri atroci che ci sono stati proprio nel ‘900 fra forze portatrici di miti e forze portatrici di ragione;[…]
– Se la lettura è esperienza di mondi “irreali”, semplificati per “farsi portatori di un senso simbolico”(104), il  problema di trasferire questo senso in azione nel mondo reale può essere eluso? O ci si deve  accontentare di assaporare il senso, che appunto  è dell’opera non della realtà (105), ed ogni tentativo di  passare dal simbolico al reale è destinato a scadere in estetismo, estremismo o altro?
[…]
Vengo al discorso che fai sulla letteratura come comunicazione simbolica che spinge il linguaggio oltre il significato concettuale per ricavarne un sistema di immagini (86). Tu sottolinei la funzione protettiva (positiva) delle istituzioni letterarie (89). Ma io vorrei sapere cosa in letteratura  oltrepassa il significato concettuale e cosa spinge, invece, alla normalizzazione. Sono convinto io pure che il linguaggio letterario non sia mai “naturale” o “trasparente”, ma sempre “opaco”(91); e che quello della poesia e del simbolo è un uso “innaturale” della parola. Quando però affermi che quello della letteratura è spazio fatto di “imprevedibilità prevedibile” o di “deviazione normalizzata”(92), mi pare che confermi una situazione  quasi insuperabile. Io, invece, mi muoverei con l’obiettivo di indebolire  i processi di normalizzazione delle istituzioni  letterarie. Anzi, più severamente, vedrei in esse, oltre alla funzione benefica e protettiva che tu sottolinei, anche una funzione escludente: non solo del “represso sociale o individuale”, o dell’inconscio (che, se inesplorato, resta sempre barbarica minaccia..), ma anche di un possibile allargamento democratico. E poi bisogna pur dire cosa costa e a vantaggio di chi viene mantenuto e difeso questo spazio istituzionale di “sospensione” che permette l’intersoggettività, la comunicazione simbolica…
Confesso poi di non riuscire ancora a capire a fondo la polemica tra te, sostenitore del simbolo pieno di senso (possibile), e Luperini, che propugna l’allegorismo (“vuoto”). Dalle tue parole mi pare di capire che, secondo te, Luperini appiattirebbe la funzione del simbolo su quella del mito; e, quindi, imputerebbe al simbolo pericoli che sarebbero connessi esclusivamente al mito. Negherebbe così la possibilità di costruire un senso simbolico valido anche in questa  società, perché essa, essendo capitalistica (da qui i suoi richiami a Benjamin e, sullo sfondo, a Marx….) impedirebbe tale costruzione. Tu, dal canto tuo, giudichi l’allegoria  soltanto “una delle possibili  funzioni dell’uso letterario del linguaggio” (121); e ritieni che abbia avuto valore certo in passato, ma che non possa averlo oggi, specie nella misura predominante che Luperini gli attribuisce; e perciò difendi la capacità del simbolo di dire “cose nuove, non previste dai codici costituiti”; e quindi di essere “pieno” (“ogni opera riuscita è simbolica , trasmette senso”,123). La tua conclusione salomonica, per cui per alcuni testi sarebbe meglio la critica allegorica e per altri quella simbolica (123), mi lascia comunque nell’incertezza.
Su quanto dici attorno alla psicoanalisi sono combattuto e diffidente. La liquidazione dell’inconscio per il suo “deficit” comunicativo, produttore di sintomi e non di simboli, non mi convince.
Certo mi pare che tu attenui la “condanna”: riconosci che il sintomo, ma solo “una volta noto e in un certo senso convenzionalizzato”, può “fungere da segno, oppure da simbolo” (47).  Mi chiedo: e se fosse una certa cecità della cultura razionalistica a non vedere l’intenzionalità del sintomo? Immaginiamo che la cultura psicanalitica fosse davvero entrata in circolo nella comunicazione sociale: vedremmo ancora solo sintomi dove lo psicoanalista vede simboli?
Mi pare poi che l’assimilazione tout court di spiegazione religiosa del simbolo e di spiegazione psicanalitica (71) valga, al massimo, per la psicanalisi junghiana. Né regge troppo l’argomento, che tu porti a sostegno dell’assimilazione, della necessaria mediazione richiesta sia dalla religione che dalla psicoanalisi. La mediazione la richiede anche la critica letteraria. Profondo non è solo l’inconscio. E in alto non c’è solo la Divinità, ma anche (purtroppo) la Scienza e il Sapere laico. Forse sarà davvero invecchiato il dibattito sulla psicoanalisi del testo e dell’autore (108); ma davvero è più accettabile  la  tendenza “moderna” o postmoderna della letteratura “tutta giocata sulla superficie del testo e dell’intertestualità”(108)? Anche se non fosse più possibile né auspicabile una letteratura (o una psicoanalisi, aggiungo) che sveli “radici profonde del vivere e del conoscere”(108), la ricerca “in profondità” non mi pare sempre demonizzabile…
Le tue osservazioni su De Benedetti(112), Orlando (113) , Zanzotto le trovo equilibrate; ma non so dire se davvero la soluzione di Lacan è troppo “facile”.
Il discorso “originario” dell’inconscio non tiene conto dello “stile”(innovazione responsabile dello scrittore..)(114)? Ma appunto, quando interviengono lo scrittore, la coscienza e lo stile? Mi pare dopo…
Dei vari critici psicanalitici ho letto poco e tendo a condividere le tue critiche più per diffidenza nei loro confronti o pre-giudizi di formazione.[…] Ma  condannare assieme lacanismo e marxismo(115)! Ecco,  questo mi pare riduzionismo…. Si riducono le posizioni teoriche ad  alcuni nuclei; e allora è facile assimilare e non distinguere più (eppure tu hai fatto opera egregia di distinzione in tutto il saggio…).
Io sono portato ad esplorare di più i campi dell’avversario. Tanto per dire, la critica di Derrida mi pare a naso  troppo partigiana e senza sfumature, mentre da quel che colgo sui giornali pare che sia un filosofo eterogeneo e anche con aspetti interessanti […]. Tu mi sembri ostile a  vedere nella simbolicità della letteratura un qualsiasi “rinvio ad altro”, come se la libertà dello spazio irreale dell’immaginario sia fine a sé,  da godere in sé (certo responsabilmente..); e non possa essere vista come metafora (Fortini parlava di poesia come promessa di felicità). Io resto diffidente verso  ogni comunità che comunichi in sé e che  non abbia “contatto” con i lati oscuri del mondo, con i non lettori. A volte  penso: chi legge Dante oggi è circondato da miliardi di uomini; chi lo leggeva  100 o 200 o 400 anni fa ne aveva attorno molto meno. Questo non cambia forse qualcosa nella lettura della Commedia? Questa società, in passato inesistente e ora esistente, sarà presente indirettamente (inconsciamente?) nelle posizioni teoriche da te esaminate? L’affermazione orgogliosa della laicità del simbolo è all’altezza di questa situazione? E  quale psicoanalisi hai in mente tu e quale io?
Un forte abbraccio
Ennio

Risposta di Sandro Briosi
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Siena 7 luglio 1997

 

Caro Ennio,

credo che dedicherò il mio libretto sul simbolo[1] a Ennio Abate, il più acuto fra i miei 25 lettori: se la formula, oltre che autoironica, non ti sembrerà anche ironica (essere il migliore di 25 non è un gran che). Ti ringrazio comunque per l’attenzione ai miei pensamenti e per i rilievi veramente stimolanti (il termine è usurato ma la cosa per fortuna no).Ti rispondo anch’io rapsodicamente.

[…]

La ragione storica e sociale dei trapassi simbolo-mito. In effetti non fa parte del mio campo di indagine, meno eufemisticamente mi tengo sul piano puramente teorico perché non ho le competenze (storico-sociologiche) per analisi concrete.

[…]

L’utilità del mito. Siamo ancora nell’astratto, ma resto convinto che nessuna società, nessun gruppo può fare a meno di questo collante (se non il “gruppo in fusione” della rivoluzione permanente della Critica della ragione dialettica di Sartre). Ma c’è mito e mito, sentimento nazionale e sentimento nazionale. In Olanda si festeggia il compleanno della regina con feste per le strade, piene di bandiere nazionali ed arancioni, ma poi le stesse bandiere vengono esposte nelle case per festeggiare il proprio compleanno – e il sentimento di “appartenenza” non ha alcuna valenza aggressiva o esclusiva dell’altro, forse anche proprio perché sono numerose le occasioni (compleanni ecc.) per render proprio, simbolico e desacralizzato quel sentimento. Ovviamente tutto questo è “sovrastruttura”, le ragioni di tutto sono economico-sociali ma insomma il mito “necessario” non è sempre un male o una realtà incontrollabile ed “inconscia”.

Mito e Ragione. Non ignoro i contrasti e gli scontri atroci, ma “modalità della conoscenza” considero il simbolo, non il mito.

Purtroppo hai ragione, i proverbi e le massime dei detentori del potere sono più forti di ogni sospensione simbolico-letteraria. Ma uscire da essa per entrare “direttamente” nella realtà ha SEMPRE portato al fanatismo o all’estetismo. Che è come dire che la letteratura, salvo rari momenti della storia, non conta molto se non per ritrovare la dimensione contemplativo ­responsabile, e che se ci fosse ancora Hitler sarebbe meglio cercar di ammazzarlo piuttosto che consigliargli qualche buon libro. Se di letteratura mi occupo più che di altro è perché è il mio mestiere.

Sulla dimensione protettiva della letteratura, deviazione normalizzata ecc. Qui parlo delle “istituzioni” letterarie, delle “norme” dalla “deviazione” dalle quali nasce lo stile… È proprio la dialettica norma\deviazione che rende il ritorno del represso realtà non sintomatico-distruttiva, “barbarica minaccia”, ma realtà simbolico-intersoggettiva-comunicante. Che, ripeto, non ha certo un  grande “potere” ma neppure un grande “costo”.           

Sull’allegoria, la questione è proprio politica. Sostenere l’allegoria “vuota” contro il simbolo\mito mi pare possibile solo sullo sfondo di una società in cui il Linguaggio è totalmente alienato, una società totalitaria (in senso proprio, come lo era per Benjamin, o figurato come quando si parlava del Sistema nel ‘68; ma oggi? ).

Quella della psicanalisi è “vecchia” questione. Ma sulla distinzione sintomo\simbolo resto fermo. Se la cultura psicanalitica fosse entrata in circolo, diverrebbe semplicemente più facile il passaggio dal primo al secondo al segno (il sorriso che diventa convenzione o strumento simbolico nel mimo) nell’emittente, e più facile la “spiegazione” dei sintomi che non per questo diverrebbero simboli cioè mezzi di intenzionale comunicazione. Ciò che la cultura razionalista cela è spesso un bisogno che è più comodo ignorare, ma ciò non significa che certi sintomi siano richieste di aiuto. Tutto questo mi “intriga” particolarmente in questo periodo che vedo molti medici, e da qui è venuta l’idea del convegno su simbolo e sintomo (5-6 dicembre, verrà forse anche Franco Sarcinelli,che mi ha telefonato oggi di passaggio da Siena);(è interessante e inquietante che ho trovato molti psicologi antropologi e semiologi interessati, e malgrado i miei sforzi nessun medico!).

La soluzione di Lacan non mi pare tanto troppo facile quanto troppo radicale. La coscienza e lo stile intervengono “dopo”, certo, ma per i lacaniani siamo allora già nel Simbolico e quindi fregati … Così come siamo sempre fregati per Derrida appena prendiamo un po’ sul serio il linguaggio decidendo che significhi qualcosa e che non sia pura differenza.

Chi “mette insieme lacanismo e marxismo” (male) non sono io, ma i lacaniani alla Gramigna, ed è loro che condanno!!!

Infine: Mazzini, fin dall’inizio, era molto meno ridicolo di Bossi che è ridicolo perché sacralizza\mitizza delle cose che ha appena inventato lui (il dio Po) per cui il trucco non funziona. Mentre funziona per Cavour i cui miti avevano radici storiche reali. Su che cosa poi mitie simboli dell’uno e dell’altro agiscano, sul fatto che l’ideologia (marxianamente) di Bossi sia più reazionaria persino di quella di Cavour ci sarebbe da far lungo discorso.

            Ma per oggi mi fermo qui. […]

 

 

 


[1] S. Briosi, Simbolo, La Nuova Italia, Firenze 1998

*Sandro Briosi (1941 – 1998) è stato ordinario di Letteratura italiana a Siena, ha insegnato nelle università di Milano, Groningen, Amsterdam, Toron­to e Montreal. Ha dedicato volumi e saggi alla letteratura italiana del primo Novecento (Vittorini, Marinetti, Serra, Svevo), alla filosofia di Sartre e a questioni di teoria letteraria (Il senso della metafora, 1985; Il simbolo e il segno, 1993). Ha fondato e diretto l’Associazione per lo studio del tema “Simbolo, conoscenza, società”. 

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