Su Pietro Cataldi* Perché leggere Dante (oggi)? in Allegoria n. 31 Aprile 1999

* Pietro Cataldi (Roma, 1961) è professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea all’Università per stranieri di Siena. È nel comitato direttivo di «Allegoria». Tra le numerose pubblicazioni: Montale (1991), La strana pietà. Schede sulla letteratura e la scuola (1999), Parafrasi e commento. Nove letture di poesia da Francesco d’Assisi a Montale (2002), Dante e la nascita dell’allegoria. Il primo canto dell’Inferno e le nuove strategie del significato (2008), usciti tutti presso Palumbo, Palermo; Le idee della letteratura. Storia delle poetiche italiane del Novecento (La Nuova Italia Scientifica e poi Carocci, Roma 1994 e poi 2011). In collaborazione con R. Luperini ha pubblicato numerose opere scolastiche, tra cui La scrittura e l’interpretazione. Storia della letteratura italiana nel quadro della civiltà e della letteratura dell’Occidente (3 voll. in 4 tomi, Palumbo, Palermo 1999) e un commento antologico alla Commedia dantesca (Le Monnier 1989, n. ed. 2009).

Basta Dante (oggi)?

Una risposta al Perché leggere Dante (oggi)? di Pietro Cataldi.[1]
Non è per vocazione all’irriverenza se diffido di quasi tutti i discorsi sui valori, che di solito si aggirano in nebulosità idealistiche buone per tutte le stagioni e tutti i luoghi e quasi mai si misurano con le pratiche individuali e sociali, preferendo volare come aquiloni inafferrabili sempre alto, troppo alto.
Quando poi a parlare di valori in tempi grami come i nostri e a riproporcene uno, Dante addirittura, è uno studioso che stimo come Cataldi, mi trovo spiazzato e imbarazzato nell’esprimere il mio dissenso almeno per tre buone ragioni:
1. Cataldi si riferisce ad un contesto reale, alla scuola d’oggi; e ha presente figure concrete: studenti riottosi, ministri pragmatici, insegnanti presi tra due fuochi (gli studenti e i programmi ministeriali);
2. rimanda a un monumento quasi inattaccabile come Dante, dal quale per secoli i discorsi epocali o contingenti fatti sui valori hanno succhiato energia universale;
3. Cataldi non è un miope continuista-progressista;[2] ed è docente non succube delle corporazioni accademiche, tanto da riconoscere che “l’opportunità di leggere Dante” vada verificata ad ogni generazione.
Malgrado tutto ciò, i miei dissensi restano e in toni polemici ma cortesi, provo ad elencarli, partendo da un dubbio: se (e quale) Dante serve oggi a chi vive con disagio gli orrori del mondo contemporaneo (e la sua scuola) e cerca vie d’uscita?
1. La ventata nuovista dei saggi ministeriali alla Maragliano, che  preferiscono i videogiochi a Dante, non ci farà rimpiangere o, per reazione, rivalutare il Dante-monumento (o feticcio), abbondantemente scolasticizzato (cioè imposto, con tutti gli equivoci che ne discendono, come valore obbligatorio).
Non vedo cosa si possa problematizzare dell’insegnamento di questo Dante, se è appunto d’obbligo nei programmi scolastici, visto che ad ogni crisi questo si è  cercato di fare da parte dei docenti “illuminati” e con effetti discutibili.
Ammansiti i contestatori con qualche taglio o riassunto di canti della Commedia e qualche attualizzazione più o meno rispondente  ai bisogni degli studenti o coerente con i testi danteschi, la problematizzazione si arrestava per forza di cose e il Dante-feticcio veniva riproposto tale e quale.
Quell’obbligo (marchio di classe e di ceto della scuola) ha sempre avuto la meglio su ogni tentativo di ricerca del messaggio liberatorio che potrebbe esserci in Dante anche per noi.
2. Le fette “alte” della scuola italiana (i licei, ma non solo) sono state e sono le più pronte a riaffermare che Dante non si tocca.
Invece di rallegrarmene o illudermi di stare in una delle ultime solide roccaforti dei valori umanistici altrove calpestati, m’insospettirei.E temo che la proposta di Cataldi rischia di sollecitare un pericoloso riflesso condizionato quasi atavico nelle élites docenti.
Esse hanno perlopiù  scolasticizzato Dante (o Manzoni; e oggi stanno preparando la medesima operazione con il Novecento…), secondo i propri canoni di ceto[3]. L’insegnamento di Dante è, grazie a loro, divenuto un ulteriore status simbol dei colti, contribuendo a diffondere anche nel senso comune una stravolta immagine di  aristocraticità saccente e reazionaria (cattolica e impolitica) del poeta.
Questa stessa élite griderebbe allo scandalo, appena s’affacciasse nelle sue aule il fantasma dell’altro Dante, il profuga-migrante del suo tempo, l’utopista cristiano, il marziano (come dice Cataldi, che qui condivido in pieno). Proprio come sobbalza, si scandalizza e – trovandosi di fronte ad un “pericolo” di carne e ossa – chiede repressione per quelli che considero i corrispettivi di massa contemporanei di Dante: i profughi-migranti d’oggi, che sbarcano ad Otranto o a Lampedusa.[4]
Affidato a queste mani, il Dante marziano è sempre evaporato o è stato del tutto cancellato a vantaggio del Dante aristocratico-reazionario,  che ,  pur storicamente diverso da quel che una volta s’intendeva per cultura borghese, ha innegabilmente di suo una parte congeniale alle aristocrazie di potere e sapere che di continuo si vanno ricostituendo.
Può essere però scolasticizzato il Dante marziano, di cui parla Cataldi? Ne dubito. Preso sul serio quel Dante, viene da chiedersi cosa resterebbe della nostra società (e della sua scuola).
3. La dialettica fra giovane studente e adulto insegnante in cui Cataldi vorrebbe calare l’insegnamento di Dante, a me pare avariata,  non più universale, appoggiata su un dato antropologico dubbio.
I vincoli che univano (da noi forse fino a trentanni fa) anche contraddittoriamente adulti e giovani si sono rotti; come  si è logorata la possibilità di passaggio – non diciamo fluido, ma almeno non del tutto traumatico e frustante – fra esperienza privata e sfera pubblica[5].
A una parte della società italiana – numericamente consistente, economicamente e politicamente sempre più inesistente o marginalizzata (penso al Sud ad esempio, ma non solo…) –  quel passaggio è precluso.
Le forme nuoviste offerte dalla scuola italiana – come vediamo – lo escludono. Quelle fossili permettono una dialettica privato/pubblico limitata a settori élitari per censo e condizioni di vita. Si tratta di una dialettica protetta, confinata in dimensioni ovattate, praticabile solo con artifici volontaristici e una buona dose di rimozione del resto, dell’altro, dell’escluso (della massa).
In altri termini resta da chiedersi con coraggio quanto risulta oggi offesa la vita dei giovani e degli adulti; e che soglia ha toccato il disagio della civiltà anche da noi, in Italia[6] e se si possa rimediarvi con un neutro ritorno a Dante.
 “La presenza e il rilievo che Dante ha nei programmi, e l’obbligo conseguente di leggerlo a scuola” non risponde affatto al meccanismo che Cataldi considera “profondamente consustanziale alla natura della civiltà”, ma è dovuto a vischiosità burocratiche e  gerontocratiche. Dubito poi che la civiltà occidentale sia tuttora dentro i binari che per secoli il genere umano ha seguito; e, quindi, non penso che “il meccanismo della tradizione” sia onorato da questa civiltà  e da questa scuola; o che sia tuttora in esse onorabile, con qualche ritocco o aggiustamento contingente.
4. Non è oggi il singolo – bersaglio facile e troppo bacchettato da Cataldi – ad  “attentare ai fondamenti del vivere civile reclamando per sé il diritto di uccidere” o – cosa che a me pare comunque  meno dannosa – di “ignorare o disprezzare Dante”.
Ben altre forze, e ai massimi vertici dei Poteri che contano, hanno attentato o ignorato o disprezzato – ma qui dobbiamo essere rigorosi – non il Dante-feticcio scolastico o una generica Tradizione (formalmente sempre omaggiati) ma quanto di ancora liberante Dante e le Tradizioni di lotta potevano significare (nella scuola e non solo lì)  almeno – ripeto – fino a un trentennio fa.
Puntualmente la cronaca e la storia ci confermano che l’interdizione a uccidere é contraddetta innanzitutto dagli Stati e dai potenti (e poi dalle bande e dalle mafie che ne costituiscono il seguito) e che non c’è quasi più corrispondenza fra leggi pubbliche e leggi private, fra valori pubblici e valori individuali.
Sono state azzerate non solo le romantiche “pretese assolute della libertà soggettiva”, ma diritti comuni fino a ieri almeno formalmente ammessi; e persino la “nuda vita”.
Lo stravolgimento del diritto internazionale verificatosi, ad esempio, con la recente guerra in Kosovo e l’ormai consueto trattamento incivile di profughi, immigrati e disoccupati[7] sono sotto gli occhi di chi sa guardare – anche senza Dante – oltre il muro dell’informazione manipolata.
Ad “uccidere.. ignorare..disprezzare Dante” (il suo messaggio di liberazione) – lo dovrà ammettere anche Cataldi – non sono tanto i poveri studenti riottosi o in preda a deliri di onnipotenza soggettiva, ma le stesse politiche prevalenti oggi nelle istituzioni “civili” (scuola compresa).
Avessimo a che fare solo con gli studenti riottosi o rozzi!
No, i nemici nostri (e della parte di Dante a cui ancora tengo) sono ben più in alto, più potenti e mescolati al “civile” consesso, a cui ci illudiamo ancora di partecipare.
La “seduzione mistificante della perfetta libertà di scelta”, l’“anarchia mercantile del consumo” non sono venute dal basso (o solo dal basso), ma dall’alto del ministero della P.I. e del governo. E la scuola ne è ormai impregnata quanto gli altri pori della società.
 “Coloro che vogliono sopprimere o ridurre lo spazio riservato alla lettura di Dante (e alla letteratura nel suo insieme)” hanno già da un bel po’- cosa molto più grave – soppresso e ridotto la possibilità di esperienza vissuta anche di quei suoi valori sia dentro che fuori della scuola; e hanno svalutato Dante in modo ben più drastico e pericoloso del rifiuto emotivo, “edipico” dei piccoli barbari studenteschi. Hanno realizzato e stanno consolidando una costituzione materiale della società e quindi anche della scuola, che,  tra tante altre cose (diritti dei lavoratori, ecc.),  scaccia o ridimensiona anche Dante e la letteratura.
Credo, dunque, che sarà impossibile difendere Dante e Letteratura, (depurati e rinnovati) se non si riuscirà a ricollocare entrambi in nuove istituzioni politiche e sociali.
Abbiamo bisogno di portare in esse, come minimo, un Dante attualizzato sulla crisi lunga del ‘900, non obbligatorio, de-scolasticizzato, e, per costruirlo,  si deve avere al contempo il coraggio di  fuggire  il Dante-monumento e fuoriuscire da questa scuola (impresa questa apparentemente impensabile e titanica, ma – perché no – …”dantesca”).
Il Dante proposto da Cataldi – un Dante lontano e diverso, difficile, tutore di un sapere comune e dell’identità nazionale, sostenitore di valori alti  per la specie umana, capace di guardare e  far guardare “da marziano” il mondo e di distruggere e progettare insieme – va in tale direzione?
Oltre alla mia riserva (utopica? marziana?) di fondo contro la sua accettazione di proseguire la scolasticizzazione di Dante problematizzandola, e l’ovvia constatazione che alcuni dei caratteri dell’immagine dantesca disegnata da Cataldi  (di sicuro non monumentale o retorica) valgono per molti altri autori,  mi restano  altre numerose obiezioni sui sei argomenti che egli utilizza per far leggere Dante (oggi).
Ancora elencando e più velocemente, così le enuncio.
Non si può trascurare che Dante è comunque un diverso e un lontano ancora troppo “nostrano”, “eurocentrico”. O l’ambiguità dell’elogio del difficile su cui Cataldi insiste: apparente antidoto contro la moda della letteratura facile e leggera, ma anche inaccettabile segnale di senso vietato per i non dotti, i subordinati, i renzo tramaglini, i proletari, gli esclusi o in via di esclusione, che al di là delle strumentalizzazioni dell’industria culturale, chiedono sinceramente (e hanno diritto a pretenderla) una prima, basilare traduzione dal difficile al facile, se vogliono arrivare poi a muoversi elasticamente fra facile e difficile.
L’avvilimento della letteratura (ma anche delle scienze e – ci terrei a nominarle – delle tradizioni di lotta) è ben altro della necessaria semplificazione – che so – della Bibbia, dei Vangeli o de Il Capitale.
Mi chiedo poi, soprattutto, quanto sia recuperabile un Dante “nazionale” contro gli opposti estremismi dei globalizzatori e dei leghismi. L’ottocentesco progetto di “unità culturale del paese”   si è – come ammette Cataldi stesso senza però trarne le conseguenze – “attuato solo in parte” e, cambiato irrimediabilmente il contesto storico, non mi pare più riproponibile. Un certo Dante ha già fatto “la fine di “Fratelli d’Italia”, del tricolore e di Roma ladrona”. Perché dispiacersene tanto?
Come si fa poi, contemporaneamente, a “formare un buon italiano” e, evitando accecamenti nazionalistici,  anche “un essere umano generoso e libero”, senza vedere il rapporto fortemente conflittuale che esiste fra “buon italiano” e – diciamo – “buon umano”?
Qui siamo, appunto, sul terreno scivoloso dei valori, dei modelli.
Rimaniamoci pure, ma precisiamo quanto è irrinunciabile della identità storica nazionale e quanto è da rimettere in discussione per avvicinarsi all’altro polo (che una volta si chiamava internazionalismo e che oggi è piuttosto una prospettiva  indefinita o ambiguamente nominata: multiculturalità,  meticciato, ecc.).
Il “buon italiano” (l’identità nazionale) è stato fondato proprio, nella sua base materiale, sull’utilitarismo borghese ottocentesco, oggi rinverdito da quel disinibito Maragliano, che, sostituendo Dante con i videogiochi, coniuga senza contraddizioni una certa italianità con l’americanizzazione (surrogato della mondializzazione).
Questa è la prospettiva vincente.
Ora la ragione per cui il pilota d’aereo, il medico – esempi portati da Cataldi – e persino i consiglieri di riforme scolastiche (come Maragliano) considerano più formativi i videogiochi che Dante (o un’infanzia passata sull’”allegro chirurgo” invece che su storia, geografia e letteratura, come fecero i loro antenati) sta nella affermazione piena (nella mondializzazione) di quella società borghese-capitalistica ancora ai primordi all’epoca di Dante. La sua affermazione e degenerazione davvero rendono gran parte di Dante non più funzionale (di allora) alle nuove élites[8].
Cataldi farebbe bene a non illudersi: i piloti guidano bene l’aereo, i chirurghi tagliano bene le pance sia che da giovani abbiano letto  Dante sia se hanno giocato coi videogiochi.
Le operazioni pragmatiche che oggi compiono nelle loro professioni dipendono in minima parte dalla loro formazione (infantile o scolastica), e molto dalle pratiche consolidatesi nelle istituzioni in cui attualmente lavorano.[9]
Queste sarebbero da ripensare e criticare a fondo. Ma per questo anche il Dante che guardò e induce a guardare il mondo “da marziano”, che è il punto che sento più attuale e vicino, non basta più, perché quello che egli “riesce a vedere tragicamente, per così dire nella sua interezza, l’orrore” noi lo viviamo, ci siamo dentro.
E allora, fino a che punto un antenato sagace e geniale può giovare a dei contemporanei inguaiati?
Il nostro problema non è solo di vedere, ma di vedere e uscire praticamente da questa situazione di orrore.
Dante ci darà forse anche “la prospettiva migliore”, ma il problema del fare o del rivoluzionare non era presente alla sua mente, che aveva un principio d’Ordine superiore (religioso) da scoprire e a cui adeguarsi.
Noi, invece, dell’Ordine (anche di quello nuovo) abbiamo pallide memorie.  E vivere nell’orrore (invece di vederlo arrivare)  non è senza conseguenze: il torturato quasi mai riesce ad ascoltare quello che dice chi l’assiste, che vede ma non sente nel suo corpo gli spasimi dell’altro.
E, allo stesso modo, la capacità di Dante di distruggere e progettare insieme, di formalizzare, di mediare critica e proposta, qui dai bassifondi del ‘900 risulta ammirabile, ma – come scrisse Brecht – Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe! (Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo![10]).

[1] Pietro Cataldi, Perché leggere Dante (oggi)?,  in Allegoria n. 31 Aprile 1999 e poi, assieme ad altri saggi, in La strana pietà. Schede sulla letteratura e la scuola, Palumbo, Palermo 1999.
2] Ammette anzi che “la civiltà non si regge solamente sulla trasmissione di valori, ma anche sulla discontinuità e sull’innovazione; non solo sulla ricezione ma anche sul rifiuto dei lasciti; non solo sulla tradizione ma anche sulla rottura di essa ed eventualmente sulla fondazione di nuove tradizioni e sulla scelta di nuovi valori”.
[3] Vorrei specificare: di classe, ma devierei troppo il discorso e mi limito a dire di ceto, del ceto dominante erede delle forme di lotta di classe oggi esaurite, a cui queste élites di sicuro appartengono o desiderano appartenere.
[4] e che Dante di certo non avrebbe messo nell’inferno o (che è lo stesso) nei centri di prima accoglienza.
[5] Riassumendo il ragionamento di Cataldi, egli presuppone che il bisogno umano di durare, di resistere alla “deriva insensata del tempo divoratore”, di contrastare la morte, accomuni tuttora individuo e società, studente e professore. E, sperimentandolo ancora gli adolescenti nelle piccole vicende esistenziali (estate che finisce, amore che è passato, una persona cara che muore), dove quasi “naturalmente” imparano a tutelare il passato (ad es. attraverso diari, conservazione di reliquie private), dovrebbero intendere con una certa facilità che  l’operazione condotta “in privato” possa e debba essere compiuta “in pubblico”, nella scuola, per Dante e una certa Tradizione.
[6] Assieme a Michael Hardt (Cfr. di lui Il deperimento della società civile in Derive e approdi, N. 17, Inverno 1999)  possiamo seriamente chiederci  se non siamo già anche noi, qui in in Italia, in una società (quasi) post-civile.
[7] che – tra l’altro – non hanno affatto “pretese assolute”, ma vogliono appena salvare la pelle e sopravvivere, anche soltanto negli interstizi della “civiltà” dei benestanti, ai disastri economici e politici indotti dalla globalizzazione nei loro paesi d’origine.
[8]E infatti un certo Dante, a dire il vero, non era accolto non solo già in vita e fu disconosciuto anche in seguito. Quello che entrò nel canone formativo della scuola italiana dall’Ottocento al secondo dopoguerra è un surrogato, uninterpretazione ora desanctisiana ora  gentiliana ora democristiana, funzionale alle esigenze ideologiche del potere borghese, fascista, democristiano.
[9] Non sono state fatte indagini, ma si può supporre che i capotreni che ogni tanto fanno deragliare il pendolino nei dintorni della stazione di Piacenza si siano letti anche qualcosa di Dante da ragazzi. Ed è noto che i nazisti aguzzini si commuovessero ancora da adulti ad ascoltare le sinfonie di Beethoven.
Fosse solo questione di formazione! Fosse davvero così decisiva la sola formazione scolastica! Fosse la formazione scolastica davvero non determinata da appartenenze di classe, di ceto, ecc.
[10] Dal frammento La bottega del fornaioAppendice: Due lettere

Siena, 5 novembre 1999                    
Caro Abate,
pensavo di incontrarti a Milano[…]. Ti scrivo dunque per ringraziarti del tuo intervento sul mio scritto Perché leggere Dante (oggi)? uscito su Allegoria. E’ oggi raro che si dibatta, in questo e in altri campi, e dunque le tue parole mi hanno fatto particolarmente piacere. Ciò non toglie che esiste una frastagliata linea di dissenso, che tu metti in luce con nettezza ma anche con rispetto (altra cosa rara). A mia volta, concordo con quasi tutte le osservazioni generali del tuo intervento, e soprattutto ne condivido le ragioni di fondo. Solo, non riesco più, e forse non sono mai riuscito, a ridurre le ragioni al solo conflitto di classe; cioè non riesco a escludere che esista, nella civiltà umana, una complessa dialettica tra lotta per l’egemonia (prevalentemente in senso di classe) e bisogno generale di valori (cioè necessità antropologica di dare significato alla vita: la vita in generale e la propria). E’ per questo che mi sento di sostenere oggi l’importanza di Dante, benché sappia anch’io che l’obbligo scolastico di leggere Dante, e in generale il canone, deriva da una ben precisa struttura di potere e da determinati rapporti di classe. Tuttavia, ripeto, ridurre Dante a questo comporta un rischio di relativismo che non mi sento di correre. Dante è anche questo; ma non solo questo. Come in ogni altro risultato alto e importante della lunga vicenda umana mi pare che anche Dante sia attraversato dalle due forze di cui dicevo: civiltà e barbarie. Oggi che la seconda rischia di prevalere, puntare sul versante della civiltà mi pare utile e combattivo. D’altra parte c’è nel mio discorso una componente diciamo figurale (adorniano-fortiniana) che è la sola a mio giudizio non sufficientemente tenuta presente da te. Parlo cioè di Dante con riferimento a molte altre cose. Non dirò che il proletariato tedesco debba o possa essere l’erede della grande filosofia di Hegel e compagni, se non altro perché non saprei bene oggi, fuori di un pulviscolare terzo mondo, che cosa sia il proletariato tedesco; ma conto sul fatto che Hegel, e Dante, e il meglio che noi tutti facciamo pur dentro le nostre contraddizioni, possa e debba in qualche modo trovare un suo senso, oggi in forma incerta e figurale, domani in modo – è la speranza – più netto.
                   
Va da sé che il tuo intervento uscirà sul primo numero utile di Allegoria (cioè il 33, con un solo vuoto in mezzo, non evitabile). Gli farò seguire due righe che collochino meglio il dibattito, riservandomi di rispondere, se sarà il caso, dopo altre auspicabili prese di posizione, da parte di collaboratori della rivista e di professori, universitari e di scuola. Non dico, come vedi, di dantisti. Ed è in questo senso che la mia bandiera con su scritto il nome di Dante ha un valore allegoricamente politico (l’unico che oggi mi pare consentito): ma politico per intero. E’ un modo adeguato ai miei mezzi di fare qualcosa che assomigli a quello che Benjamin faceva alla grande con Baudelaire, trionfando fascisti e nazisti in Europa.
Ti ringrazio ancora e ti saluto con stima e amicizia, certo che questo dialogo darà buoni frutti.
                                    Pietro Cataldi

Cologno Monzese 23 novembre 1999

 Caro Cataldi,
                              grazie per la possibilità di dialogo  e di amicizia che mi offri.
Spero che ci siano più occasioni per sanare o chiarire al meglio le ragioni del nostro dissenso.
Ci provo già da subito, sperando di non cadere del tutto in un fastidioso botta e risposta.
Sono d’accordo con te sul fatto che “Dante sia attraversato dalle due forze…:civiltà e barbarie”; e perciò non azzero nella mia memoria la sua vigorosa figura e non trascuro né la componente “figurale” del tuo discorso né il tuo tentativo di “puntare sul versante della civiltà”. Insisto soltanto a chiedere: basta oggi?
Le ragioni di fondo del mio intervento vogliono tenere presente il conflitto di classe, non ridursi ad esso.
Forse nel farlo mi trascino dietro un eccesso di inquietudini e asprezze, da generazione bastonata dalla storia, come mi disse Fortini; e scalpito perché non vedo più nel lavoro letterario la presenza di certe problematiche per me fondamentali.
Ma, anche se lo seguo da lontano, percepisco  la pesantezza dell’aria che si respira nelle istituzioni che regolano il riuso sociale della Tradizione letteraria e mi freno.
Mi restano però dei dubbi e perciò arrischio una domanda:
Davvero attribuire al nome di Dante un “valore allegoricamente politico” è l’unica operazione oggi consentita?
Detto in termini più bassi: quanto siamo costretti dagli altri ad essere allegorici? quanto ci impediamo noi stessi posizioni più “dirette”?
Non vorrei soggiacere alla “realtà” costruita dal sistema dei saperi/poteri istituzionali (consentiti, appunto…) e penso alla “realtà” che potremmo/dovremmo raffigurarci se mossi – come Dante – dalla “necessità antropologica di dare significato alla vita”.
Ti conosco ancora troppo impersonalmente per articolare meno grossolanamente questi miei dubbi; ma ti ringrazio della tua lettera e aspetto, senza farti fretta, di risentirti.
                                            Ennio Abate
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