Su Biagio Cepollaro*Un’intervista (mancata) sulle sue scritture giugno 2006

*Biagio Cepollaro ( Napoli, 1959). Poeta e teorizzatore del “postmoderno critico”. Ha fondato con altri la rivista sperimentale Baldus (1990-1996)  e promosso il Gruppo ’93. Dal 2004 ha avviato, sul suo sito ufficiale (http://www.cepollaro.it/), le edizioni on line di Poesia italiana E-book  e altre numerose iniziative di poesia e critica.

 

1.
È sbagliato pensare che nella tua poesia la formazione letteraria (letture, partecipazione a gruppi poetici, ecc.) abbia avuto un maggior peso rispetto alla tua esperienza della “gente comune”, cioè distante o più estranea all’immaginario letterario?
2.
Lo scriba. Dai più volte  «un autoritratto sfregiato» (Luperini) dello scrittore contemporaneo. Majorino, invece, in Prossimamente  ne parla ancora con convinzione (e mie perplessità) come di un protagonista, un «eroe scrivente».  Non ti pare che, anche nell’area della scrittura “di resistenza” alla Foucault (escludo i commercializzati) – sia che si usino toni dimessi o forti – ci si ostini a testimoniare più la sofferenza e il disagio degli scrittori che dei non scrittori? che, insomma, gli scrittori restino ai margini sia del potere che opprime che della sofferenza dei molti che lo subiscono o vi si adattano?

3.
Tu, come si dice, ti sei “trapiantato” a Milano dal Sud. Nei tuoi scritti su questo spazio metropolitano anni Ottanta-Novanta  e sugli eventi (anche politici, credo), in esso accaduti,  è ben presente l’eco della Parigi di Baudelaire o di Benjamin. Fino a che punto la tua esperienza di Milano può essere però ricondotta a quella visione estetica a cavallo degli inizi del Novecento? In altri termini, l’analogia (per me un po’ mitizzata e abbastanza diffusa tra i poeti “urbanizzati”) tra metropoli d’allora e metropoli d’oggi, ha ancora senso?
4.
Ho ripreso in mano «Di poesia nuova ’89. Proposte cinque» (Manni 1990). Contiene una selezione dal tuo Scribeide, finalista al Premio Laura Nobile dell’Università di Siena di quell’anno e un giudizio su di esso di  Fortini: «Il libro di Biagio Cepollaro si espone come una corposa recitazione e talora compiaciuta […]. Il suo sperimentalismo è certo controllato da un forte senso ritmico [….]. Il suo montaggio è, come si suol dire, postmoderno […]. Ma il manierismo, sebbene gradevole, e il pastiche, sebbene sapiente, paiono solo a tratti liberarsi da una sorta di officioso accademismo dell’oggi» (pag 171). Vorrei che ti misurassi, a tanta distanza di tempo, con  questo giudizio, precisandomi, se puoi, le tue reazioni all’epoca e quelle d’oggi.
5.
Ho riaperto anche «Perché i poeti nel tempo del talk-show?» ( Allegoria 14, 1993). Vi  parlavi di «idioletto», inteso come «linguaggio vivo e vivificato dal suo essere al confine, dalla sua posizione critica nel punto di confluenza tra i diversi linguaggi che attraversano il tessuto sociale»; e ponevi l’esigenza di «aprirsi alla mescolanza linguistica» per affrontare coraggiosamente la «nuova condizione antropologica» dovuta al mutamento delle tecnologie, dei contesti culturali e delle condizioni sociali generali. Mi pare che cominciassi, così, a fare i conti con quella che oggi  chiamiamo «mondializzazione». E mi colpisce, però, in questo scritto, l’attenzione rivolta esclusivamente ai linguaggi, ai «linguaggi della realtà» e alla loro mescolanza. Poteva, può bastare questa attenzione in mancanza di un’interrogazione esplicita su cosa s’intenda oggi per “realtà”?
[* Nota mia. Mescolare, per me, non basta. Può essere un segno di apertura, di “buone intenzioni”. Ma l’accostamento caotico – gradevole, sgradevole, sorprendente o seriale – di segni, simboli, significanti  non lascia irrisolto il problema ben più importante e difficile della traduzione tra i linguaggi che si mescolano?  “Sotto” (o “indietro”) non restano i significati, cioè un campo dove i conflitti da affrontare  sono più ardui, perché più direttamente rimandano ai conflitti sociali, materiali, “immateriali”?]
6.
Mi puoi parlare del tuo «amore per Jacopone e per altri duecenteschi e per i dialetti meridionali» (sempre Luperini)? Di questi “primi amori” cosa resiste (e come) di fronte a un linguaggio che tu stesso vedi costretto a «imbastardirsi, a ibridarsi, a giocare sul vuoto fra significanti e significato»? «L’essenzialità e l’oltranza jacoponiane» o l’inermità (la definirei io) dei dialetti, intrecciandosi coi «lacerti linguistici della postmodernità multimediale», non rischiano di perdersi o ridursi a citazionismo decorativo? Non sarebbe preferibile tenere separati passato e presente: mantenere un legame forte (monacale, catacombale, direi) con quel passato (italiano degli inizi, dialetti) e coinvolgersi in questo presente, frenando però la nostalgia per il passato “altro”?
7.
Nel tuo «Perché i poeti? (1986-2001)», che ho scaricato dal tuo sito (www.cepollaro.it), mi hanno colpito  l’enfasi sul negativo[1], il tono difensivo e iperascetico.[2] Non mancano riferimenti alla lezione combattiva di Fortini; la denuncia della prepotenza del «terziario culturale»  e del ceto dei «nuovi piccoli borghesi», del rafforzamento di «alcune corporazioni letterarie»; e neppure l’attenzione alla materialità degli interessi economici in gioco anche nel “teatrino” della letteratura. Prevale però – mi pare –  il ripiegamento etico e la rinuncia ad una dialogicità più “pubblica” o “politica”. Mi sbaglio?
8.
Il recentissimo «Lavoro da fare (2002- 2005)» segna una svolta nella tua ricerca poetica e critica. Se, nel 1993, parlavi di  una «specie di notte polare della comunicazione» e di «miseria dello scrivere nel tempo del talk-show», prendendo le distanze dai poeti inseguitori delle «tracce del Sacro» – una posizione laica, direi -, nella tua ultima raccolta – le dico lealmente – mi pare di trovarmi di fronte a una  palinodia delle posizioni precedenti. Mi sbaglio?
[* Nota mia. Torni ad un io-noi senz’altro interiore, che invita l’anima a «farsi avanti». Torni a una memoria profonda per ristabilire un legame «tra ciò che siamo e ciò/ che comunque eravamo già da prima». Fai un bilancio, un riepilogo dal tono pacato-saggio-solenne. La distanza dalla storia è accresciuta. La lotta dell’io/noi  è solo tra «fissità/ e mutamento»  e «vale per ogni età». Le «disfatte» e «le vittorie» non vengono più nominate. «Cose/ e spettri si equivalgono». In primo piano è «la vita/della mente»,  mentre «la vita di fuori/  (quella che resta/ sottratta allo sterminio/ della storia)/ è ridotta a ben poca cosa».  E, malgrado io concorda con la tua analisi spietata del degrado che ci circonda, sull’esigenza di «non dare requie/ al cadavere/ che addosso ci portiamo», sull’indicare la metropoli come orizzonte della nostra azione («ma è tra questo ferro/ che l’umano / è da ampliare») o sul valore del sogno («ma nei sogni l’impasto/ si smuove»), resto perplesso soprattutto per certi tuoi richiami  alla «madre terra», al «puer [che è] in noi», al recupero – secondo un modello cristiano/irenico – di «questa cosa/ che chiamavano/ Signore»  o sull’invito a «fare pace con nostre/ miserie e sentirle fino in fondo/rospi da buttare giù». Quello che per me viene offuscato  è proprio – con le tue parole – il «lavoro da fare/non da soli»,  l’interrogazione – per me storica – sul «cadavere/ che addosso ci portiamo» (io direi: il comunismo), che è anch’esso storico  e non è, secondo me, tutto riducibile a pura illusione o soltanto a  luciferina  pretesa di autosufficienza. Pur  ritenendo giusto l’abbandono dei «teatrini», non  credo che la lotta sia svanita («come chi abituato/ a lottare/ in un campo/ un bel giorno scopre/ che il campo/ non c’è più»). Semmai  quel «campo» si è esteso a dismisura e stentiamo a vederne i confini e gli attori, tra i quali potrebbero esserci anche nostri nuovi alleati. Infine, se «era questo/ il lavoro da fare: «giungere/ alla Porta […]/ del ritorno e della restituzione», mi viene da dire: ma, allora, …non c’è più niente da fare…]
9. Se puoi, parlami della tua attività di editore, soffermandoti sui problemi irrisolti e sulle reazioni altrui alla tua iniziativa (per me encomiabile)…
Ennio Abate 9 giugno ‘06
Appendice
Caro Ennio,grazie per il lavoro delle tue ‘domande’. Mi rendo conto però che, molto più di quanto potrei fare io, risponde alla sostanza dei tuoi quesiti il bel saggio breve di Andrea Inglese che ti mando. Ovviamente sei libero di non farne niente, ma se decidessi di pubblicarlo in alternativa all’intervista, la pubblicazione dovrebbe essere integrale e la fonte citata. www.cepollaro.it/LavFare/LettCritiche.htm.Un cordiale saluto, Biagio
Caro Biagio,dichiaro il mio disappunto e rifiuto la tua proposta. Non solo trovo discutibili diversi punti del saggio di Andrea Inglese, ma soprattutto non mi pare risponda alle mie domande (o a tutte le mie domande e, tantomeno, alla loro sostanza). Un’intervista è un’intervista. Io la penso come un dialogo-confronto-duello tra due persone precise (nel caso me e te) a partire dalla capacità di rispecchiamento reciproco che, nel momento in cui l’intervista si svolge, riescono ad esprimere. Il saggio di Andrea potrebbe essere collaterale all’intervista, ma non sostitutivo.Detto questo, non voglio costringerti a dialogare o anche semplicemente a rispondermi a tutti i costi. Se non sono riuscito a spezzare la coltre di diffidenza o di  riserbo che mi pare tu abbia  nei miei confronti, mi arrendo.Un caro saluto
Ennio
[1] «Da che luogo parla, scrive? Da nessun luogo: non ci sono più luoghi che non siano dell’usura, dell’inaffidabile, al limite vi sono cimiteri»; «La poesia, insomma, può mostrare soltanto il negativo dell’attuale e la lontananza, che tutti ci coinvolge, dal presente»
[2] «col venir meno progressivo dello spazio pubblico è come se mi fossi ritirato in orbita, sulla Rete, a mandare segnali senza attendere riscontro»; «La ri-scrittura […] è, per così dire, un movimento di ritirata, una strategia per aggirare l’ostacolo dell’afasia di fatto (neutralizzazione degli apparenti  linguaggi-senza-padroni), facendo leva sulla “memoria”»
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