Su Carlo Oliva* Lettera a una studentessa Savelli, Roma 1978

* Carlo Oliva (Milano 1943). Scrittore e giornalista. Ha insegnato lettere antiche e moderne nei licei, scritto in passato su riviste “storiche”, tra cui S (foglio situazioni sta degli anni ’60), Ombre rosse, Quaderni  piacentini, Linus e A-rivista anarchica. Si è occupato di ideologia del linguaggio, di gialli e narrativa popolare in genere.  Collabora da vent’anni con Felice Accame nella trasmissione Caccia all’ideologico quotidiano a «Radio Popolare di Milano».Altre notizie sul sito Carlo Oliva

I nostri antenati
La tentazione di Orbilius
Intervista di Ennio Abate a Carlo Oliva (1999)

  
        Partiamo dall’inizio. Come nacque Lettera ad una studentessa?
        Questo libro era nato da un’idea di Luigi Manconi. Lui allora era nella direzione editoriale della Savelli e collaboravamo insieme ad Ombre rosse. Nella collana da lui diretta (“Attualità politica”) uscivano testi politici d’esplorazione, di frontiera. E questo libretto era stato pensato come una parodia. Ci pareva che le argomentazioni allora correnti sulla scuola, sul lavoro dell’insegnante, sullo studente  fossero deboli. Ma altrettanto fiacco ci pareva il punto di vista dei tradizionalisti. Insomma non erano convincenti né gli uni né gli altri. Volemmo allora sviluppare per eccesso le posizioni dei tradizionalisti d’allora, per mostrarne appunto la debolezza. Oltretutto  in quegli anni – siamo attorno al ‘78‘79 –  il movimento degli insegnanti si trovava su un crinale: stava per rinunciare alle posizioni antiautoritarie e libertarie e volgersi alla riscoperta del proprio ruolo e al recupero della figura tradizionale.
        Orbilius è dunque una maschera del docente di allora.
        Sì, sia del vecchio insegnante che non aveva capito niente del ’68 sia di quello che cominciava a stancarsi e ripensava la propria professionalità in termini tutto sommato tradizionali. Il nome classico aveva questo significato. Orbilius è una figura storica, citata in una delle Satire di Orazio, che si lamentava di aver dovuto studiare sotto la sua egida autori per lui arretrati e poco interessanti (e di essere preso a frustate quando non lo faceva).

        Che effetto ebbe Lettera ad una studentessa sui lettori di quegli anni?
Il libretto ebbe più successo del previsto. Ma, con mio disappunto, fu preso terribilmente sul serio. Per la prima volta ho capito che in Italia non bisogna mai fare troppo gli spiritosi. Il libretto, infatti, venne visto come una seria argomentazione a favore del recupero della professionalità scolastica tradizionale.
Il pubblico del mio libretto? La collana in cui uscì era di opuscoli politici e quindi la destinazione era quella dei militanti di allora, magari la fascia medioalta che si occupava di problemi teorici: i lettori di Ombre rosse, di Quaderni Piacentini, ecc.
Di recensioni non ne ebbi. Fu un testo da occupazioni, molto usato cioè durante le occupazioni studentesche e anche nei corsi abilitanti degli insegnanti. Ci furono una quantità di articoli ed articoletti in cui il libro veniva – ahimè!  presentato come segnale di una svolta: finalmente gli insegnanti sessantottini si rendono conto che bisogna ricominciare a bocciare gli studenti. Una reazione che mi aveva irritato parecchio e mi aveva fatto giurare che non avrei mai più riprovato a fare della satira di questo tipo.
        Ti confesso che io pure intesi all’incirca così quel messaggio. Coglievo la forma satirica, ma il corposo contenuto “reazionario” mi pareva che la “sfondasse” e s’imponesse.
        Sì, molti l’hanno preso così. Io non riesco ancora a capire perché, nel senso che il tipo di argomentazioni di Orbilius è fortemente esagerato.
        Forse la maschera di Orbilius non era affatto esagerata sia per i docenti impermeabili al ’68 sia per quelli stanchi o delusi. L’identificazione “seria” era,  malgrado le tue intenzioni, resa possibile dalla situazione di crisi. Io, stando nella scuola da “militante”, sentivo l’aria che tirava, la temevo e  ero più sensibile soprattutto all’ideologia lì veicolata.
        E’ difficilissimo autoriconoscersi in una satira. Io ho sempre pensato che nella scuola ci fosse un eccesso di autostima e ci si desse troppa importanza. Era un residuo del passato, che forse oggi è stato riciclato in senso modernizzante.
La satira è un tradizionale strumento di demistificazione, di abbassamento; specie questo tipo di satira, difficile da maneggiare, che è la caricatura, dove si esagerano le caratteristiche che si intendono criticare, sperando di mettere in rilievo contraddizioni e debolezze.
Il difetto è che si tende a pensare che unici oggetti di satira siano gli altri. Non è facile vedere se stessi in coloro che sono messi alla berlina.
        Ti volevo proporre, in proposito, un aspetto più attuale. Anche oggi, più che la critica, sono diffusi lo sberleffo o la squalificazione più o meno sarcastica della figura dell’insegnante, del suo vittimismo, della sua scarsa professionalità, ecc. Umberto Galimberti è uno di questi fustigatori, lo chiamerei un martello degli insegnanti.
        Era un mio collega insegnante al liceo classico di  Monza.
        Ah, sì? Mi racconterai allora. Ma vorrei sentire cosa pensi della mia ipotesi. Io credo che questa polemica contro i docenti tradizionali o massificati, comunque rimasti nella scuola, fiorisca soprattutto  sotto la spinta dei mass media e magari di intellettuali exdocenti, divenuti firme di successo. Anche nell’interpretazione “caricata” nel senso di un “ritorno all’ordine” del tuo Orbilius ci vedo soprattutto lo zampino interessato della cultura massmediale.
        Certo, gli insegnanti come al solito sono in una posizione difficile. Dovrebbero rappresentare il ceto intellettuale. In realtà ne rappresentano il gradino più basso. Hanno perso prestigio sociale, sono malpagati e estranei ancor più che in passato al circuito dei mass media. Di conseguenza si tende a scaricare su di loro gran parte delle colpe del cattivo funzionamento di una istituzione. Si è sempre detto: ah, se gli insegnanti lavorassero di più! Vanno in pensione troppo presto, hanno troppe ferie, lavorano soltanto poche ore, ecc.
Ma la difesa della categoria non deve impedire di rendersi conto dei suoi difetti, soprattutto in termini di autocoscienza.  Nel mio scrivere sugli insegnanti io avevo già allora questo doppio problema: tener conto delle esigenze che esprimevano, ma al contempo degli attacchi a cui venivano sottoposti.
Il livello culturale è però davvero troppo basso. E proprio perché si preoccupano poco di questo livello culturale, dei problemi dell’insegnamento e accettano troppo i modelli proposti dall’istituzione, gli insegnanti si deintellettualizzano ancor più,  diventano sempre meno critici e più portatori di verità già confezionate. E’ un circolo vizioso.
        Ora togliti la maschera di Orbilius. Il giudizio su Lettera ad una professoressa di don Milani, che è nella prefazione firmata da Oliva, è drasticamente negativo tanto da far pensare che l’autore di Lettera ad una studentessa, e non solo il suo personaggio,  capovolgesse davvero la visione di don Milani. Ribadisci quel giudizio?
        Beh, dicevo che era un libro illeggibile, rozzo e manicheo, fondamentalmente non marxista, populista e arcaico. Ma erano esagerazioni polemiche e satiriche.  Pur non condividendone l’ideologia di fondo, lo consideravo anch’io quel testo sconvolgente che era e riconoscevo che aveva avuto un effetto straordinario.
        Che il testo di un prete avesse il coraggio d’indicare il carattere di classe della selezione a scuola non era poco allora e poteva magari essere anche una premessa alla lettura dei Grundrisse di Marx.
        Su questo sono assolutamente d’accordo. Quella denuncia della scuola di classe fu di estrema efficacia. La mia polemica contro don Milani  è, tutto sommato, semiseria. Insisto che quel mio testo non  andava o va preso troppo sul serio.
        Bocciare o non bocciare? Questo è l’amletico dilemma su cui arrivano alla rottura Orbilius, ex sessantottino e professore democratico e la sua “sessantasettina” studentessa, che «è intelligente ma non studia» e pretende però di essere promossa senza troppe storie, magari con il «sei politico». Ma la bocciatura non era forse l’ultima arma spuntata, una sorta di inutile vendetta di un professore calato di prestigio, nostalgico della gioventù perduta e costretto ad un amaro elogio della «scuola di merda»?
        Esattamente. Il tema era quello. La bocciatura era ed è una vendetta. E’ uno strumento della cui logicità e funzionalità didattica io, Carlo Oliva, non sono mai riuscito a convincermi. E ancor più oggi, dopo aver visto tutto lo svolgimento della crisi, tutto il passaggio dal tentativo di cambiare la scuola al suo fallimento e alla riproposizione della scuola tradizionale come sta andando avanti adesso.
Non ho nulla in contrario contro la severità o il rigore degli studi, ma non riesco a capire come si concili la bocciatura con la severità o il rigore. Eppure la difesa della bocciatura è stata portata avanti dai vari Orbilius con estremo accanimento. Tant’è vero che tuttora credo che si bocci, e in questi giorni leggevo che ai nuovi esami di maturità ci sarà una percentuale diversa fra promossi e non promossi. E questo va bene a moltissimi, sembra di capire.
        Quindi Carlo Oliva è sicuramente contro Orbilius.
        Lo è sicuramente non solo su questo punto ma in tutto il libro. Sono polemiche ormai di vent’anni fa, ma Oliva vedeva in Orbilius uno sviluppo sbagliato di  processi vissuti da lui e dai suoi compagni d’allora; di una tentazione sempre latente anche negli insegnanti coinvolti nei movimenti di rinnovamento della scuola.
Essi sentivano la perdita del loro peso sociale e dello stesso ruolo dentro l’istituzione, la crisi del tipo di cultura in cui erano cresciuti (che era poi l’unica su cui fondavano il loro insegnamento) e potevano reagire con questi ritorni al passato scioccamente ammantati di argomenti vagamente progressisti.
        Ma gli Orbilius ottennero il sostegno di forze politiche potenti proprio perché rappresentavano il lato più oscuro e frenante degli insegnanti “sinceramente democratici” di allora.
        Sì, gli Orbilius, magari in versione meno tipizzata e ridicola, hanno vinto. Ma non parlerei né di lato oscuro né di cattiveria. La loro era una tentazione che andava capita. Ricordiamoci che gli insegnanti in tutto quel convulso periodo erano stati abbandonati a se stessi. Sia nel movimento degli studenti  che in quello politicogenerale, il problema del lavoro degli insegnanti (del loro ruolo, di come svolgerlo) se lo ponevano in pochissimi e non ci furono risposte risolutive.
        Io ero nella schiera dei criticati da Orbilius. Ero fra quelli che si “sprecarono” nel volantinaggio davanti alle fabbriche o nei quartieri periferici o nella “militanza complessiva” nei gruppi extraparlamentari. Ma mi chiedo perché dovevano essere gli studenti e non gli insegnanti stessi i protagonisti di un’eventuale riforma della scuola? Perché gli Orbilius democratici la riforma della scuola se l’aspettavano dalla contestazione degli studenti e non da una propria contestazione?
        Mi sembra un’obiezione giusta. In realtà gli studenti sono quelli che nella scuola ci stanno meno. Il movimento degli insegnanti in quegli anni non aveva una coscienza del suo ruolo e delle sue funzioni. Da un lato si pensava che bastasse andare dietro agli studenti. Dall’altro, visto che questo accodarsi non portava da nessuna parte per ciò che riguardava la scuola, si aveva un contraccolpo. Io cercai di illustrare questo momento di contraccolpo.
        E analizzando il tutto a distanza di tempo?
        E’ straordinario, a distanza di tempo, vedere quanto poco si sia ottenuto. A te non sembra?
        Io sfumerei il giudizio. In quell’inquietudine, in quel muoversi fra scuola fabbrica e quartiere, malgrado le astrattezze della militanza “complessiva”, vedo ancora la ricerca positiva di una risposta dei dominati a processi distruttivi profondi, che allora fecero cadere i muri delle istituzioni totali e ora hanno reso quelle zone – scuola compresa – del tutto porose alle esigenze di Das Kapital.
Ci trovammo a vivere in un momento in cui la scuola come istituzione a sé, “chiusa”, non poteva più esistere, ma neppure esistevano i canali per un costruttivo collegamento con il “sociale” o il “territorio” (come allora si diceva). E allora si tentò di prepararli. Chi si spese in una sorta di andirivieni, cercando di fare bene sia l’insegnante nella scuola  che il militante davanti ai cancelli di una fabbrica o in un gruppetto politico,  perse; ma operò invano?
Ci furono eccessi semplificatori, ma la crisi esigeva che si agisse anche fuori dagli ambiti specifici (o che se ne tenesse gran conto), che si spezzassero steccati di privilegio e separatezze umilianti. E fino a che punto anche un’ipotesi di impegno riformistico specifico nella scuola trovava allora fondamento nella realtà? Se un maggior numero di insegnanti avesse concentrato le sue energie esclusivamente sulla scuola avremmo ottenuto di più?
        Adesso risponderei che non lo so. Anzi, vedendo i processi di lungo periodo, dovrei dire di no. Ma all’epoca era il tipo di scelta che auspicavo io. Allora pensavo che l’impegno specifico dovesse essere quello sul posto di lavoro, nell’istituzione in cui si era inseriti.
        Era la posizione anche della Torre Rossi, di Fortini.
        Io e la Torre Rossi, in effetti, andavamo molto d’accordo. Tant’è vero che Carlo Oliva, non Orbilius, era molto impegnato nel sindacato. Certamente sembrava una scelta riduttiva e magari anche un po’ pedante rispetto alle proposte di cambiamento totale delle istituzioni che venivano proclamate dai gruppi politici.
        A distanza di tempo  si deve ammettere che c’era un’astrattezza rivoluzionaria, ma anche un’astrattezza riformista. Mentre poi sia nella scuola che altrove ci sarà stato un lavoro positivo, che si è disperso.
        Certamente. Io però penso che il lavoro positivo che gli insegnanti hanno fatto nelle scuole è sempre stato un lavoro individuale. Ho l’impressione che sull’istituzione gli effetti non ci siano stati, anche se a volte ci si è provati.
Ho in mente almeno due tentativi grossi: quello sindacale e quello istituzionale dei decreti delegati. Io mi sono impegnato in tutti e due, ma ammetto che non sono serviti.
Un altro tentativo apprezzabile, che non si muoveva né sul piano sindacale né su quello strettamente istituzionale, fu in quegli anni (fra 1971 e ’77) l’esperienza de L’erba voglio; e tuttora la ricordo come una delle cose giuste fatte nell’ambito della scuola. Si voleva trovare una convalida dell’insegnamento non dall’esterno, ma attraverso la pratica stessa dell’insegnamento, rinunciando a certe strutture burocratiche e autoritarie. E servì molto ad innescare tutto il processo di liberalizzazione nella scuola poi frenata e istituzionalizzata attraverso il sindacato e i decreti delegati.
 Certo è stato un lavoro che non ha lasciato traccia. Via gli insegnanti,  via gli studenti, nella scuola di quel lavoro non resta quasi niente. Ma se penso alla mia azione nella scuola, l’unica cosa che son contento di aver fatto è quel lavoro individuale con gli studenti. Come me, molti insegnanti, finché ce l’hanno fatta, lo hanno svolto con i loro studenti; “al di fuori” o “dentro” l’istituzione, ma in forme sotterranee, magari a prezzo di qualche accomodamento.
        E’ una forma di testimonianza quasi “artistica”, resa stando  dentro una massa di  colleghi che non ne vengono scalfiti. E forse non è casuale che chi vi si impegna è poi spinto a fare  la satira della categoria. Eppure questo ricorso alla satira per l’impossibilità di riuscire a coinvolgere o almeno a sbriciolare l’esercito  degli Orbilius non ti pare un altro segno di sconfitta  e magari un’autoconsolazione, un piccolo risarcimento?
        Sicuramente, Non siamo riusciti ad aprire brecce fra i nostri colleghi. Io adesso non seguo più come prima la situazione nella scuola, ma credo che molti dei problemi su cui ci arrabbattavamo 3020 anni fa siano ancora lì, irrisolti. Non mi sembra che siano penetrati nella scuola strumenti didattici efficaci e nuovi. La bocciatura in sé resta ancora la sanzione di quel determinato sistema didattico. Per questo aveva un valore emblematico o era vissuta come tale. Gli insegnanti che facevano certe cose non bocciavano gli studenti. Sarà stato giusto o sbagliato? Per me era giusto. Ma si trattava comunque di scelte individuali senza effetto sulla struttura.
        E oggi? Con i discorsi correnti (scuolaazienda, presidemanager, aggiornamento “a tappe forzate”, ecc.) a me pare che i processi auspicati da Orbilius siano addirittura stati sopravanzati fino a cancellare anche qualche elemento positivo contenuto nel suo atteggiamento.
        Boh, non era molto il positivo che c’era nei vari Orbilius. Il presidemanager, ti confesso, non ho capito bene in che senso vada inteso e non mi pronuncio. Ma negli anni successivi all’uscita di questo libretto avevo elaborato una teoria. Secondo me una delle cose che teneva in piedi la scuola è fondamentalmente la finzione. La scuola è stata sempre un’istituzione burocratica, un’istituzione che finge cioè di fare molte cose: di trasmettere una cultura, di agire collettivamente, di discutere, d’imparare e d’insegnare. A me pare che la figura del presidemanager sia un’evoluzione peggiorativa, che va nel senso della finzione più totale. La scuola non sarà mai un’azienda. Non ha senso far finta di essere una realtà di quel tipo. Ma all’epoca non immaginavo sviluppi di questo genere. Il manager viene forse visto come una figura più moderna di quella del burocrate.
        Secondo me, si assumono senza mediazioni modelli vincenti di comportamento sociale e si ripropongono anche nella scuola, considerata “settore arretrato”.
Qualche reazione però comincia a manifestarsi. Ti vorrei chiedere ad esempio, visto che hai dato uno sguardo a Chichibìo**, cosa ne pensi?
        Nel primo numero c’è di tutto, ma l’esigenza di difendere e valorizzare la tradizione umanistica in sé è giusta. Dipende da come la si vede: se ci si riserva un margine di critica soprattutto rispetto alla sua idealizzazione passata o no. Il problema dell’umanesimo è che ha avuto, per così dire, troppo successo ed è stato per troppo tempo al centro dei processi di educazione tanto da perdere la sua funzione specifica e assumere quella di centro ideologico dell’istituzione. Bisogna riportarlo a quello che è.
        Ma anche Orbilius era un umanista…
        Ma era un umanista tradizionale. Cita i classici, Esiodo, Omero, Leopardi. Sono citazioni banali e a cui crede molto. E’ estremamente pomposo…
        E allora chi rappresenterebbe una tradizione umanistica positiva?
        Che domanda! E in un afoso pomeriggio d’estate poi!
        Insisto, perché ho varie perplessità su questo recupero dell’umanesimo, specie per la sua connotazione aristocratica e soprattutto per la versione scolasticoliceale, che poi tutti noi abbiamo subito.
        Ma anche combattuto! Certo nei licei degli anni ’50 si credeva molto nell’aristocraticità della cultura. Greco e latino dovevano essere materie selettive. Pochi potevano accedervi. Ma quest’elemento della tradizione umanistica spero non interessi più a nessuno.
        Nella scuola di massa, nella scuola di tutti, però, i valori umanistici cosa potrebbero fornire di importante a questi tutti, se quei valori esclusivi furono congegnati proprio per una élite? Questo è il mio cruccio…
        Ho capito. Ma vanno spogliati di questo aspetto aristocratico e offerti al godimento e alla fruizione di tutti. Lo sforzo è quello di mettere la gente nelle condizioni di leggere gli autori. E possono essere letti per arricchimento, per piacere. Io ho inteso sempre l’umanesimo in questo senso.
        Ma ci vorrebbe un altro tipo di scuola, un altro temposcuola a disposizione, altre condizioni di vita insomma.
        Non è facile, certo. Io ho sempre spiegato ai miei studenti di liceo  che dovevano studiare greco e latino perché sono materie molto divertenti e che loro erano dei privilegiati che potevano divertirsi; e di non dar retta a quelli che dicevano che “servivano a qualcosa”. Non è vero. Non è vero che il latino insegni a ragionare. Il latino non serve assolutamente a niente e appunto per questo è molto divertente. Questo è un atteggiamento che si potrebbe usare per tutta la tradizione umanistica. E’ evidente che la scuola va rinnovata, che in essa non c’è spazio per tutto e che il ruolo passato delle Lettere con la maiuscola nell’insegnamento era esorbitante. Ma è anche evidente che bisognerà trovare per loro un nuovo spazio.
        Passiamo ad un punto del libretto, in cui si parla degli «insegnanti lavoratori» e degli «studenti borghesi». E’ un paradosso, certo. Ma Orbilius accusa solo gli studenti di cedere ad ogni moda consumistica e si scaglia contro «quei troppi che, frequentando le scuole normali, indulgono, nel tempo libero, a lavoretti precari ed occasionali ai limiti del mercato del lavoro nero», concludendo la filippica con un «Non si può servire due padroni: non si può essere studenti a mezzo servizio e lavoratori altrettanto a mezzo servizio (indebolendo così, badi bene, la forza contrattuale del movimento organizzato dei lavoratori seri». Vorrei approfondire questo passo.
A me pareva e pare che gli insegnanti stessi cedevano e cedono alle sirene del consumismo.
        D’accordo. Ma il discorso voleva essere appunto paradossale ed esprimere una caratteristica tipica degli insegnanti di allora e forse anche d’oggi. Si tratta di una categoria profondamente vittimistica, che si lamenta di tutti; e anche degli studenti, perché sono giovani, non lavorano, sono privilegiati (specie quelli dei licei classici con cui io ho lavorato). Naturalmente gli insegnanti hanno un’immagine di se stessi e si considerano spesso dei dotti, degli intellettuali e quindi in un certo senso protetti dalla cultura di massa e dalle mode. E’ un’illusione, ovvio. Sono invece completamente speculari ai loro studenti.
        Ma l’introduzione di dosi massicce di cultura di massa sotto forma di audiovisivi, corsi di libera espressione, ecc. ha prodotto uno “sfondamento culturale” della scuola che fa problema.
        Orbilius se la sarebbe presa molto. Lui era attaccato ai modelli culturali che pareva dessero sostanza alla sua superiorità rispetto agli altri. Io, invece, credo che nella scuola ci debba essere posto per tutto e sono ancora dell’idea, espressa in un vecchio articolo, che non è male che gli insegnanti sappiano qualcosa di ciò di cui si occupano gli studenti.
A me pare che la cultura di massa meriti interesse, non vada disprezzata e può servire anche come punto d’incontro. Disprezzare quello che interessa agli altri è sempre un atteggiamento sbagliato. Bisogna  saper usare anche un po’ di trucchi del mestiere. Se, parlando con gli studenti, per fare un esempio di metro anapestico, gli citavo la Alabama song di Jim Morrison, loro ci restavano di stucco. Serviva, insomma, per stabilire un dialogo… e anche per darsi un po’ di arie.
        Quindi non vedi attrito fra cultura scolastica e cultura di massa?
        Non vedo tutto questo conflitto. Nel senso che sono tutte esperienze, modi di rapportarsi con il mondo. Dovrebbero avere spazio nella scuola. Ma non credo sia una cosa intelligente dividere la scuola in due settori: al mattino la scuola seria e al pomeriggio il divertimento. Tra l’altro non penso che i giovani abbiano bisogno che gli si organizzi il divertimento. Rock, sport, cinema non si vede perché non possano essere trattati come argomento di studio.
        A volte però si obietta (obiezione anche mia) che, se giovani già così impregnati di cultura di massa occupano con quella stessa cultura spazio e tempo della scuola, non si fa che rafforzare l’uniformità della loro esperienza e magari il loro pregiudizio antiscolastico. Uno spazio e un tempo che potrebbero essere di decantazione critica vengono soffocati o sottomessi ad una cultura che già domina incontrastata dappertutto.
        Sì, è vero. La scuola dovrebbe sempre affrontare i problemi in maniera critica, e quindi insegnare a vedere oltre l’apparenza, a non accettare le mode, a non subire passivamente i prodotti della cultura di massa, ma a impararne il funzionamento, in un certo senso vaccinando e vaccinandosi.
Ma queste sono osservazioni generiche tratte dal proprio lavoro individuale. Non saprei come trasformarle concretamente in proposte collettive e soprattutto in proposte istituzionali. Resta il fatto che ciascun insegnante deve riorganizzare il proprio mestiere tenendo conto che le materie in sé sono un modo già parecchio artificiale di ritagliare l’esperienza umana e che i confini devono essere aperti, in modo da permettere che certe cose possano facilmente uscire e altre entrare.
        Torniamo ancora alla contrapposizione insegnantistudenti.
Quando avevo letto Lettera ad una studentessa mi aveva colpito la somiglianza fra le tesi di Orbilius, che bacchetta gli studenti  immessi già nel lavoro precario e  la teoria di Asor Rosa, che proprio allora parlava di due società e contrapponeva un’etica del lavoro produttivo al rifiuto del lavoro, alle spinte edonistiche e qualunquistiche di strati  ai margini del grande Movimento Operaio. Mentre, per contrasto, qualcuno – penso agli autori di un altro opuscoletto di quegli anni Uno strano movimento di strani studenti   si metteva dalla parte di quelle frange crescenti di studenti già macinati o risucchiati dal meccanismo, che oggi è dilagato, del lavoro nero, interinale, flessibile, ecc. Gli studenti non erano più   soltanto a tempo pieno e non erano neppure più i classici studentilavoratori delle serali o delle 150 ore.
        Oh, mamma, accostarmi ad Asor Rosa!  Orbilius si rendeva  troppo vagamente conto dell’inizio di questo fenomeno e reagiva in maniera dopotutto un po’ banale. Un po’ mi pento di aver scritto quelle cose. In effetti erano fenomeni che ho trascurato.
        Non ti chiedo autodafé. Voglio solo collegare il fenomeno al discorso che facevamo sull’umanesimo. Se, insomma, una buona parte degli studenti era ed è sicuramente  dentro i meccanismi del lavoro precario, nero, interinale, ecc., mi viene da chiedere: come può uno studente del genere accedere al piacere della cultura umanistica?
        E perché uno che lavora non può accedere a questo tipo di cose? Forse perché non può disporre di tempo, studiare, impegnarsi?
        Beh, il lavoro in genere e il lavoro precario in particolare  a me pare ancora un meccanismo stritolante, che aggiungendosi agli ingessati e irrigiditi curriculum scolastici poco  si concilia col piacere ricavabile dall’umanesimo.
        Certo, lavoro nero o precario sono forme di sfruttamento che vanno combattute. Evidentemente non possiamo più combatterle con i metodi tradizionali che  ritiene unico  lavoro ammissibile quello cosiddetto garantito. Non sono un sociologo del lavoro, ma penso che si debbano trovare degli strumenti che permettano di collegare  lavori flessibili di questo tipo con una difesa dei diritti. Ma fra i diritti che vanno difesi, c’è anche quello dell’istruzione e non di un’istruzione di serie B.
        Ma per il momento le figure”ibride” degli studenti sono tirate in direzioni opposte: da una parte il richiamo allo studio  di colleghi  alla Orbilius e dall’altra le offerte di guadagno che fanno gola o integrano reddito familiare.
        Per me resta un punto fermo che la scuola non debba espellere nessuno.
        Un’ultima curiosità. Se dovessi riscrivere oggi un libretto di satira sulla scuola, quale figura sceglieresti?
        M’interesserebbe molto occuparmi della realtà dei supposti presidimanager, seguire questa contraddizione fra il modello aziendalistico ed una realtà tutto sommato non aziendale. Ci dovremmo pensare.
*[Nota del 1999] Carlo Oliva ha studiato lettere classichee metodologia operativa con Silvio Ceccato. Dal ’67 al ’91 ha insegnato lettere nei licei di Milano e dintorni, gli ultimi dieci al celebre “Parini” (che – aggiunge  «non mi sembra meriti particolarmente questa celebrità») e ha lasciato non troppo volentieri l’insegnamento per motivi di salute. 
Di problemi della scuola, degli studenti e degli insegnanti si è occupato a lungo, scrivendone, tra l’altro, su “Ombre rosse” e sui “Quaderni piacentini” (ma anche su “Linus”).
Ha fatto parte di Lotta Continua e della CGIL scuola (e mentre – aggiunge ancora  «della prima esperienza non mi pento affatto, nonostante quello che Sofri scrive sulla guerra, della seconda un po’ sì»).
Negli anni ’80 si è impegnato parecchio sul garantismo e, in genere, sui problemi della difesa nei processi politici.  Adesso si occupa soprattutto di ideologia del linguaggio e di narrativa di genere (specialmente di libri gialli. Ha pubblicato molti saggi, traduzioni e qualche racconto.  Collabora regolarmente a Radio popolare  e ad “A  rivista anarchica”. 
**
Chichibìo è un giornale fatto da insegnanti, ma che si rivolge a tutti coloro che in vario modo sono
interessati alla scuola. E’ edito da Palumbo editore (Palermo) ed è diretto da  Romano Luperini,
Franco Marchese, Carla Sclarandis, Cinzia Spingola.
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