Su Marco Ceriani* "Memoriré"Lavieri Editore 2010

*Marco Ceriani (1953). Poeta. Ha pubblicato, oltre a Memoriré,  Sèver (Marsilio, 1995) e Lo scricciolo penitente (Libri Scheiwiller, 2002). E’ traduttore di Vladimir Holan e critico  di poesia  su  varie riviste.
8 gennaio 2011
 
Ho ricevuto subito due commenti viscerali e respingenti appena ho fatto circolare la mia proposta di leggere alcune poesie di Marco Ceriani, il poeta oscuro (poco noto, “che non si capisce”), in vista della presentazione della sua ultima raccolta Memoriré Lunedì 10 gennaio [2011] alla Libreria popolare di Via Tadino 18 a Milano.
Non mi sono scandalizzato. Anch’io non capisco queste poesie. Sono lontane dal mio modo di scrivere e dall’idea più o meno precisa che mi sono fatto della poesia da scrivere. Ma non  ne faccio motivo di vanto (né di colpa). Mi sento invece incuriosito, sfidato e spinto a cercare in qualche maniera una strategia d’avvicinamento a una ricerca tanto insolita, diversa.
Ceriani mi appare come  un uno che la poesia se la fa per conto suo, un eremita, un mistico, uno scalatore  che preferisce trovare e praticare  da solo percorsi sulle montagne  più ardue.

Non si cura delle  chiese dei poeti (c’erano, ci sono?), né della comunicabilità (e quindi dell’obbrobrio raggiunto oggi dalla comunicazione). Non è oscuro  per gioco, per voglia di stupire o polemizzare contro  i chiari (i lucidi, gli intrattenitori, i simpatici, i pedagogici). Non ha nulla a che vedere con avanguardie e neoavanguardie (o coi poeti che aprono un dizionario o altri libri per eruditi o  per la ggente a caso e poi si fanno guidare dall’associazionismo più capriccioso e incontrollabile  di immagini, di idee, di suoni). E , se proprio vogliamo collocarlo in quache posto  tra i discorsi che si fanno in poesia,  starebbe nella scia dello sperimentalismo più solitario e ascetico. Persino attardato, fuori stagione forse.

Nella parola egli insegue un senso che non ha nulla a che fare col “buon senso”, col “senso comune”, coi discorsi sul “comune”. Quale?
Egli avanza a colpi di neologismi (tantissimi),  di gabbie metriche con tanto di rime, versi e strofe,   disciplinate  e pesanti come corazze antiche su un corpo lessicale spesso iperletterario, che viene sbattuto lì o ricomposto (con  lunga cura? con eccessivo amore?) attorno ad alcuni temi prevalentemente di morte e di disfacimento. (C’è o no un filo tra morte e oscurità?). E dopo una sedimentazione di letture e meditazioni interiorizzate e tenaci. Credo – è la prima volta che leggo suoi testi, anche se ne ho sentito parlare da amici – attinga ad alcune fonti precise e saldissime:  Ceriani traduttore di Holan,  i richiami evangelici e biblici, il lessico di un mondo  ancora contadino e umanistico-letterario allo stesso tempo.
Gli arti e le giunture impreviste di questo corpo linguistico alludono a significati del tutto spiazzanti , alogici e quindi – a prima vista – insignificanti o senza significato. Ma non è così. Non c’è gioco disincantato, ma una visione seria, tragica del mondo e dell’esperienza umana nel mondo.
Ma che poesia è questa? La domanda  va posta, è legittima. In tono ingenuo, ma più spesso sottilmente provocatorio. Perché quando parliamo di poesia oggi, temo che siamo tutti (anche quelli che si travestono da semplici, da lettori comuni)  troppo scafati, leggeri e  pronti a ingozzarci coi pot-pourri di puri significanti, con la musicalità dei versi, la bella immagine sorprendente. Sempre più spesso  i critici hanno fatto dell’analisi metrica  o formale una scorciatoia fine a sé. Ed è così facile nella società dello spettacolo abbandonarsi  anche in poesia al barocco, alla baldoria delle parole.   
Perciò le poesie diCeriani vanno incontro sia a reazioni repulsive, di cui ho detto all’inizio, sia agli alleluia degli esteti. «Che eleganza scritturale»,  «Suono puro! Pura musica! Parola inaudita!», «[Versi?] rilucenti allo sguardo. Circolarità onnicomprensive e perfettamente conchiuse, aprenti e vibranti d’umanità»:questi i commenti su un sito in coda ad alcune poesie di Memoriré.
 A me pare sterile (e comodo) sia il rifiuto  ostile sia l’adagiarsi nel commento ammirato e non argomentato. Ma non ho la ricetta giusta per evitare questi vicoli ciechi. Né mi posso improvvisare accompagnatore di uno scalatore simile. Ci vorrebbero ore e ore di studio (sì, di studio!) per frequentare e interrogare questi versi uno per uno, e poi ogni componimento e poi l’intera raccolta e poi il percorso  poetico dell’autore. Non ce la facciamo e rinunciamo. Forse anche giustamente. Oggi più di ieri  siamo tutti intrappolati in varie forme di individualismo proprietario che si riflette anche nell’uso recintato della lingua ( e dei saperi) e abbiamo la nostra strada da seguire e alla quale siamo semplicemente più abituati.
Ma in teoria la possibilità di avvicinarsi con più generosità a questi versi  e di tradurli  persino in linguaggi più comunicativi ci sarebbe. Ci vorrebbe la pazienza di uno psicanalista (e di un enigmista), l’erudizione di uno studioso, la disponibilità di Ceriani stesso – visto che è vivo ed è tra noi –  a  svelare ( a “volgarizzare”, uso un brutto termine) quello che lui sa (o crede di sapere) su come ha costruito questi componimenti, quando li ha costruiti, il contesto temporaneo e spaziale  della cova e del lavorio da filologo.  E poi ancora addosso ai versi, a rimuginarli, ad ascoltarli, a rileggerseli, a ridirli ad alta voce, a commentarli  assieme fuori dalla sacralità e dal diplomatismo. Ma è tardi e sta per cominciare Anno zero. Tuttavia sarebbe già bello affacciarsi almeno sulla soglia di questo laboratorio di Ceriani.
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