Su Gabriele Pepe"Parking luna"

Gabriele Pepe nasce a Roma, dove pure risiede, nel 1957. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Parking Luna (ArpaNet, 2002) e Di corpi franti e scampoli d’amore (LietoColle, 2004). Suoi testi e recensioni sono apparsi su varie riviste.


giugno 2005
Caro Gabriele,
gli anni Settanta  sono sprofondati anche nelle coscienze più vigili.  E tra noi, che siamo – per usare  le parole di Primo Levi – un po’ i «salvati» (i «sommersi» quasi nessuno li ricorda più)  o i «resistenti» – per usare le tue – c’è di tutto purtroppo e il peggio non sono solo  quelli «di buona famiglia» passati  con i vincitori. Questi ultimi, soddisfatti per  la pulizia compiuta e per aver cooptato i “migliori”, riescono a tenere sotto scacco anche molti resistenti. Lo dimostra lo sbando culturale si mille questioni: dal problema dei precari a quello delle scienze (vedi il risultato del referendum).
 Io in particolare ho meno fiducia di te  nella resistenza che in tanti dicono di fare «a partire da se stessi». Non ce l’ho con te, che hai usato questa espressione. Però ho visto quanto ambigui sono i «se stessi», sai! Se non si ristabilisce un «se stessi comune», un sentire soggettivo diffuso  e un linguaggio comune che permetta di cooperare politicamente al di fuori degli schemi superati di quegli e di questi anni, si rischia di partire o di stare sempre in partenza. E questo credo che valga anche in poesia.
Oggi siamo tutti più disponibili ad ammettere, come anche tu dici, che la propria è «una strada tra le tante». Ed è vero. Le strade sono tante specie in poesia (io ho parlato addirittura di moltitudine poetante).  Ma dove ci portano queste che percorriamo oggi, magari in solitudine (almeno fino ad anni recenti per me) o  in compagnie fin troppo leggere di poeti e letterati?  Io ho molti dubbi e scetticismi. Se  te ne stai troppo solo rischi di metterti addosso maschere romantiche da poeta  maledetto o eccentrico o incompreso. A me fanno ridere. Quando cerchi contatti e confronti, ti ritrovi in una bolgia di poetanti che al massimo riescono a fare qualcosa di serio e onesto in circoli asfittici, spesso di amici più concorrenti che cooperanti.
Sembra che i modi leali e più diretti di confrontarsi fra quanti scrivono, che in passato hanno avuto grande importanza (vedi  il duello Fortini-Pasolini, per fare un esempio, che alla mia generazione ha insegnato molto, o Pasolini-Sanguineti) oggi siano tabù. Si deve essere diplomatici, disincantati, al massimo spettegolare in segreto? Non credo.
Il conflitto, sale di qualsiasi democrazia (perché c’è stata anche un po’ di democrazia nelle «patrie lettere»…), è subito  neutralizzato dai vari Cofferati del mondo letterario. Per non parlare di quel che resta del mondo politico, il quale poi non è tanto separato né dalla poesia né dalla cosiddetta «società civile».
Io non so se questo problema ti stia veramente a cuore e quanto sia possibile confrontarci anche fra noi due al di là di generici apprezzamenti. Comunque io ci spero. Ti  ho fatto una proposta che va in questa direzione e proseguo ora dicendoti  alcune cose di Parking luna.
 Non trovo questa raccolta molto diversa  da “Corpi franti…” nella sostanza. La tua poesia per me si conferma fortemente intellettuale, anche se tu neghi di esserlo. Ha la freddezza del laboratorio scientifico e  le accensioni “oscure”, “ermetiche” di chi si è accostato o ha fatte sue certe simbologie magiche o forme di religiosità indù. (Ma qui devo essere cauto per mia ignoranza e solo tu mi potrai dire se  e quanto intenso sia stato il tuo accostamento a culture non occidentali).
Ci trovo anche una tonalità claustrofobica (La mia casa è chiusa; Bagliore di risacca io tento di scurire/Scavando gallerie nel fondo del mio pozzo), una certa primordialità visionaria (BESTIARIO,  ma ancheIo ne ho viste di cose che voi umani/ Non potreste neanche immaginare)una centralità dell’io che  dice ma in modi impersonali mai confidenziali o colloquiali, una forte letterarietà. (La tua – non è un’offesa – è una poesia da leggere col dizionario a portata di mano e  con qualche delusione perché alcuni termini sono  inconsueti e ci vorrebbero dizionari specialistici).
Due cose mi colpiscono di più. Una te l’ho già fatta notare e ti ha forse irritato, perché l’hai intesa  come un’accusa, ma ti ho spiegato che non lo è. Si tratta del tuo gusto barocco  per la parola (dotta, letteraria, scientifica in particolare), che forse ti fa preferire la descrizione e l’enumerazione delle immagini invece che la narrazione e ti porta ad usare in abbondanza  nomi e aggettivi (e pochi verbi e per lo più al participio passato, se non sbaglio). Tutte scelte sintomatiche. Da  capire approfonditamente. Io non le respingo. Avranno la loro “ragione”. Ma non l’afferro ancora.
La seconda la faccio in base ai pochi accenni alle tue esperienza di vita che mi hai riferito. Per me esiste un contrasto tra le esperienze di giovane che ha vissuto in quartieri di periferia romana o di militante cane sciolto nei furenti anni Settanta e la sua resa fortemente letteraria, ma – contraddittoriamente – “non-realistica”.
 Per fare un esempio, anche se la cosa può dipendere proprio da me che magari ho troppo in mente la vita  di periferia alla Pasolini o da inchiesta sociologica, «Bestiario», dove essa mi pare affiorare sulla base di ricordi d’infanzia, è  quasi irriconoscibile tanto la trovo sovraccaricata di termini letterari che la spostano in un’atmosfera da mitologie primordiali, fuori dalla storia.
 Anche qui, questa forte letterarietà per me è un problema: è un scelta per difenderti e distanziarti da una realtà  bruciante e dolorosa, come mi accennavi? È adesione, dopo il fallimento della comunità politica ad altre comunità (letterarie o d’altro tipo), dove essa è accettata senza tutti i problemi che ti faccio io?
Per non rimanere a delle impressioni ma esemplificare sui testi, eccoti alcuni appunti veloci su tre testi per me interessanti:
1. «Banane luminose». La notte (questa notte) è «denso vorticare» [più astratto di  vortice denso: ecco un esempio di  scelta lessicale intellettuale]. Poi subito tanti aggettivi: cruda, scannata, lucida, tagliente. Poi la metafora parole-lame. Le parole sorgono «dagli abissi/Del livore». Il livore è «voragine e crepaccio»  [due  parole sinonimi invece di un solo termine]. Qui dentro «l’ombra del dolore» [ombra: segno di distanziamento per rimozione più che per chiarimento?] e «ghiaia dei giudizi» [si tratta di detriti; c’è svalutazione dell’atto del giudicare]. La notte sta o è calata «sul frullato di banane», immagine un tantino indecifrabile ma positiva in contrasto con la notte. Col tuo tipico stile nominale c’è l’enumerazione dei suoi molteplici attributi terapeutici (plasma, medicinale, ambrosia, sorriso). Ogni verso è quasi sempre un’unità a sé, che aggiunge e moltiplica immagini [non azioni] o specifica qualcosa del soggetto (Notte: oscura sovrana dei miei lupi/ Squillo…/Risucchio/Artiglio…).
2 «ATTI COATTI PARASTATALI». Qui il tema sembra socialmente precisato: un ufficio, un ambiente impiegatizio. Si parla di  archivi, di formule, di plichi, di atti, di ragionieri, di «austeri funzionari», di noia, di impiegati stanchi in attesa davanti agli ascensori guasti. Ma la spinta metaforica è potentissima. Il dato realistico non ha svolgimento, non si fa narrazione ed è sopraffatto dalla pulsione immaginifica (dito spartiacque, complesse verità sferiche, scintillanti Excalibur-penna d’oro, pace verticale, sfuggenti come cavilli nei tetri corridoi, pavimenti-sauri, fenicotteri malati) con tonalità magico-misteriche, mi pare.
3 «GUERNICA DOPO GUERNICA». Qui la cellula del verso si  presenta quasi seriale con la sua schiera di aggettivi, participi e nomi [inutile esemplificare tanto è intensa l’enumerazione in tutto il componimento].  L’iterazione si ritrova anche nelle rime interne al primo verso (appesa…esplosa… offesa … arresa…accesa). Gli unici verbi al presente stanno nel penultimo verso («cerca un grido di pace») e nell’ultimo. Questo è il barocco [nel bene e nel male] di cui ti dicevo. Qui portato all’esasperazione espressionistica. Che sicuramente, dato il tema, appare “giustificata”. A prima vista però. Perché, almeno dal mio punto di vista,  il fascino che un poeta può subire dall’immaginario di un altro artista (in questo caso di un pittore  grandissimo  anche per me come Picasso) va sempre commisurato alla realtà che viviamo oggi, che potrebbe non  essere più afferrata da quella espressività di un’altra epoca, di un altro mondo sociale, ecc.
Ti ho detto la mia. Spero di non averti irritato anche stavolta.
Io vado in vacanza per una ventina di giorni, ma cercherò di seguire  la posta elettronica. Perciò scrivimi pure.
Un caro saluto
Ennio
P.s.
Sempre per allargare il discorso sulla poesia contemporanea e per conoscerci di più, ti mando un’altra delle mie riflessioni a circolazione quasi nulla ( è uscita sulla rivista Inoltre quasi introvabile. In essa tra l’altro ritroverai un colloquio con il per te “famigerato” Majorino!).

 

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