Contro un ambiguo recupero di Curzio Malaparte

Su LA PRESENZA DI ERATO Marco Onofrio ha recensito positivamente (qui) il libro di Lucrezia Ercoli su Curzio Malaparte. Ecco le mie obiezioni:

1.
A me pare che questa ricostruzione da parte di Lucrezia Ercoli della figura di Curzio Malaparte, così come ce la presenta Marco Onofrio, dica e non dica. E cioè si appiattisce sull’ambivalenza (innanzitutto politica) del personaggio senza spiegarla; e senza trovare nell’«altrove» a cui si appella una soluzione o un punto di vista migliore delle respinte e svalutate spiegazioni “ideologiche” ( « “Fascista” prima, “comunista” poi: chi era? e da che parte stava?»). O addirittura «l’essenza dell’uomo-Malaparte» .
Perché cosa significa definire Malaparte « philosophe malgré soi», se non si entra nel merito di quella sua filosofia (inconsapevole? asistematica?)?
Dire che « Malaparte è un campione del “nichilismo attivo”» non fa fare molti passi avanti. Mussolini non era anche lui un “nichilista attivo”? Non c’era a inizio novecento tutta una cultura che si abbeverava alla stessa fonte di Nietzsche? Non si rimane, comunque, nella cultura dell’irrazionalismo, senza uscirne?
Pensare che «il nulla inquieta, però affranca. L’angoscia può dunque trasformarsi in liberazione, in ebbrezza del nuovo. Fa paura ma è bello, anche, sentirsi soli, senza dio, senza più regole date, al di là del bene e del male, pronti ad attraversare con gioia il faticoso deserto della libertà» è – appunto – rimanere in una visione tutta estetizzante delle cose. O a giocherellare con «l’essenza abissale dell’uomo», senza dire bene cosa sia questa essenza (e quale sia poi l”abisso”…).
Malaparte avrà pure *goduto* « nel rendersi sempre perturbante, sgradevole, “politicamente scorretto”», ma, essendosi disfatto della ragione, che sarebbe (sempre?) «presuntuosa e tracotante», e non essendo riuscito a trovare *altre ragioni*, può solo aggrapparsi al «mythos» o alla scrittura, all’arte.
Ma dinanzi alla realtà e alla storia si resta disarmati. Certo, «la scrittura tiene acceso e aperto questo gioco ambiguo tra i contrari», ma l’irrazionalismo di fondo (insuperato) di Malaparte lo porta a vedere nella storia solo il disfacimento. E poi «tutto il marciume» che egli vi vede lo attribuisce a un generico «uomo». Così arriva a soluzioni che possono essere soltanto assolutorie e qualunquiste: « dinanzi alla storia siamo tutti vittime in disfacimento, tutti kaputt». Troppo facile e falso. Perciò la critica di Ferroni, malgrado la sua “rapidità” o “tendenziosità”, a me pare individui bene questo limite dell’irrazionalismo in cui Malaparte resta confinato. Non è semplice negazione o banale rifiuto di “ascoltare” la voce scomoda, etc.

2.
Scrive Renato Fiorito: «La politica alla politica, l’arte all’arte».
Se significa che politica e arte non sono la stessa cosa, sono d’accordo. Se significa che in uno scrittore come Malaparte o lo stesso Céline ( ma la cosa vale per tutti, anche per quelli che dicono di fare solo arte) si possa mettere tra parentesi la sua esperienza politica, non lo sono. C’è un fortissimo legame (certo non meccanico) fra il Malaparte politico e il Malaparte scrittore. Quando ” entra nella viva carne” e “disturba e affascina, sovverte e denuncia”, lo fa in un certo modo ( e proprio perché viene – vengono se pensiamo anche a Céline – da una certa esperienza politica). E non è solo esperienza di guerra. Basti pensare a Tolstoj, a Nuto Revelli, a Rigoni Stern. Loro hanno un altro sguardo.
3.
Scrive Sabino Caronia:« Ho molto apprezzato il notevole scritto critico di Marco Onofrio che ha, tra gli altri, il merito di porre nella giusta luce un autore da me molto amato e frequentato a suo tempo negli anni in cui lavoravo all’Università di Perugia, da ‘La rivolta dei santi maledetti’ a ‘La pelle, e questo al di là di ideologismi e logiche di parte».
Faccio notare a Sabino Caronia che anche la grandezza indiscussa di uno scrittore – nel caso Malaparte o Céline o altri – non è priva di *politicità*. Non li rende cioè neutri o *al di sopra di ogni sospetto*. In altri termini restano uomini che sono stati alle prese con le vicende della storia come tutti gli altri e che si sono schierati in vari modi dalla parte dei dominati o dalla parte dei dominanti (o hegelianamente: dei signori o dei servi). Insomma, anche se grandi o grandissimi, l’ossequio nei loro confronti non può divenire cecità.

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