In morte di Tiziano Salari. Omaggio di un avversario

tiziano_salari

di Ennio Abate

Ho saputo della morte di Tiziano Salari e il fatto m’addolora. Se penso in questo momento ad un omaggio alla sua figura, non posso trascurare la distanza dalle sue posizioni. Ebbi con lui qualche scambio di mail che presto s’interruppe. E quando uscì “Le tentazioni di Marsia. Su quel che resta da fare ai poeti e ai loro critici” (Nuova Frontiera, Salerno 2007), il pamphet scritto da lui e da Mario Fresa, fui l’unico forse tra gli intervenuti ad esprimere lealmente il mio dissenso. Tuttavia ritenni utile, nel rispetto di quella loro intelligenza e passione, che le tesi circolassero; e, non per mera diplomazia, essendo difficilmente reperibili nell’edizione cartacea, le ospitai assieme a vari interventi ad esse favorevoli sul sito (ora vecchio) di POLISCRITTURE (qui).  A una rilettura di quelle e agli appunti critici (qui sotto) che scrissi allora rimando oggi. E’ questo per me l’unico modo onesto di  ricordare Tiziano Salari.  

Senso e dissenso. Sulle tesi di Fresa e Salari (2007)

di Ennio Abate

Cari amici,

il mio dissenso dalle vostre tesi, che ho già argomentato su Lunarionuovo in sede di discussione su Il grido del vetraio, antecedente delle medesime, resta. Non vorrei ripetere cose dette e mi limito qui a circoscrivere le zone di attrito sui punti per me più rilevanti:

1.

Guerre e ingiustizie nel pianeta. (Ciascuno pensi a quelle a cui fa attenzione). La prima cosa di cui abbiamo bisogno è che la vita di tutti abbia un senso. E la poesia non riavrà un senso accertabile non valido solo per quanti ne fanno esercizio professionale o ) se si sottrarrà al compito di diventare un equivalente della lotta che milioni do uomini e donne conducono perché la loro vita abbia senso.

2.

La sensatezza o l’insensatezza (del “mondo” e/o della “poesia”) è in relazione con la sensatezza e/o l’insensatezza di tutti i nostri saperi, compresa la filosofia che oscilla pur essa tra questi due poli e non fornisce di per sé più senso degli altri. La poesia pertanto non troverà «un senso» stabilendo un rapporto privilegiato (o esclusivo) con la filosofia (a rigore: quello da voi proposto è rapporto con una filosofia, nella quale mai la poesia potrà esaurire la sua ricerca).

3.

Tra il desiderio di «riconoscimento», di premi, di consenso, di successo dei poeti e l’«incontro-scontro con la vita e la verità» (io direi: l’esperienza), tra occuparsi (discutendone con altri) delle “proprie” scritture e ricerca di un senso non esiste un muro invalicabile. Il «vero poetare» è indefinibile e rientra – appunto – nel polimorfismo tipico del desiderare che accompagna la ricerca poetica ma non produce di per sé il risultato poetico. L’atteggiamento ascetico o disciplinamento dei desideri (che tuttora considero “male minore”) non procura più «vero poetare» o migliore poesia di un atteggiamento dionisiaco o manageriale o persino arrivista. Se la disobbedienza non è più una virtù (don Milani), anche l’ascesi non lo è. E pure l’«attitudine, oscura e straziante, alla visione dell’Essere», che voi riproponete con tanta romantica enfasi, non credo possa procurare alcuna «finale salvezza». Abbiamo tutti delle morali provvisorie, che possiamo usare solo come talismani privati o di gruppo.

4.

La poesia contemporanea è un torbido oceano attraversato da correnti impetuose, costruttive e distruttive (è in torbida azione una moltitudine poetante dico io). La caduta dell’aura (abbassamento alla medietà linguistica, privilegiamento della quotidianità) non è stata pretestuosa o dovuta al gratuito radicalismo delle «avanguardie». Capisco la nostalgia, ma perché accontentarsi di raccattarne i cocci? Sarebbe come se un archeologo scambiasse un frammento di monumento con l’intero monumento andato distrutto. Le canzonette hanno preso il posto che una volta spettava alla poesia? Diamoci da fare per immaginare una nuova poesia non privata o seriale. Picasso, si convinse presto che la fotografia (canzonetta visiva?) liberava i pittori da certi vincoli. Non potemmo noi pure, invece di attardarci a caccia di epifanie auratiche, riconoscerci liberi di costruire una poesia senza l’aura?

5.

A Novecento concluso, l’accusa a poeti e critici di dettare «regole» o di imporre una sola «grammatica» o «un’unica immagine della poesia» è fuori tempo massimo. Come lo è consigliare, dopo un secolo di futurismi, espressionismi, surrealismi con le tante loro code post, di «abbandonarsi all’imprevisto della vertigine» o di «spingere l’occhio a osservare un precipizio aspro e incolmabile». Tutto questo è già stato fatto. E non solo in poesia. Il Novecento (e il secondo Novecento in particolare) ha davvero consumato regole e canoni. Hobsbawm non a caso ha parlato di «secolo degli estremi». Abbiamo avuto (a iosa) «accecamento» e «perdita di sé» e opere (e distruzioni) che ne sono documenti e monumenti. Perché allora continuare in questo senso che dovremmo ormai vietarci?

6.

Anche i poeti-Marsia sono da sempre tra noi. Agguerrite minoranze-di massa di sileni moltiplicano oggi le figurazioni di un edonismo acclimatato ai tempi della postmodernità e dunque non più miticamente dionisiaco, ma – come Capitale detta – dionisiaco-consumistico. E, tra l’altro, esso è incentivato e non più punito con scuoiamento dagli odierni Apollo, riciclatisi pur essi in manager mondializzati, feroci ma non si sa quanto splendidi.

7.

  • Dimmi, Amleto, il mondo è una prigione?
  • La Danimarca, il mio mondo, sì, fu per me una prigione. Il vostro, non so.
  • E, a tuo parere, poeti o filosofi che si trovassero a vivere in un mondo-prigione, cosa dovrebbero fare?
  • Cercare di evadere come ogni prigioniero che abbia senno.
  • Ma se non ci fossero vie d’uscita dal mondo-prigione?
  • Potrebbero comunque non dimenticare quello che hanno vissuto fuori dalla prigione! E magari parlarne con altri prigionieri. Le vie d’uscita si costruiscono con altri, in comune, non te le preparano i carcerieri.
  • E se poeti e filosofi si fossero appassionati alla prigione, fino a considerarla l’unico mondo possibile e decidessero che l’unico compito che resta loro è quello di «rivelare il rumore delle catene, il dolore, i lamenti, le gioie, le speranze e le disillusioni dei prigionieri»?
  • Beh, ma che poeti e filosofi sono questi che si assegnano un compito in fin dei conti superfluo? Chi meglio dei prigionieri conosce il rumore delle catene e tutto il resto? Quale rivelazione potrebbero attendersi da costoro?

8.

Pur non sentendomi paladino di alcuna “poesia civile”, trovo superficiale definirla «utopia retoricissima, falsissima», per il fatto che «vorrebbe far dialogare la Parola e la Storia» o «”liricizzare” la mostruosa, terribile, cieca ruota dell’Eterno Ritorno» e sintomatico l’eccesso di acredine presente nella tesi 11. Non sono Parola e Storia che devono dialogare, ma uomini, donne, comunità…

9.

Nella struttura delle tesi (e forse nella loro costruzione) noto una mescolanza non riuscita di sociologia della poesia e di filosofia della poesia. Sociologici mi paiono i temi accennati nei punti 2, 3, 6, 10, 12, 13, dove si parla di mode letterarie, premi, antologie, storie della letteratura, case editrici maggiori o minori. Filosofici quelli che alludono a un bisogno di «riconoscimento», all’«abbassamento alla medietà linguistica», al «privilegiamento della quotidianità e del dettaglio», all’«espressione privata di una serialità comportamentale» che caratterizzerebbero la poesia contemporanea.

I due piani del discorso non dialogano né si amalgamano. Ho piuttosto l’impressione che la filosofia prevarichi, prescindendo da quei dati sociologici, che risultano un fondale, che per la sua banalità, dovrebbe dare risalto alle tentazioni di Marsia, ossatura filosofica centrale delle tesi.

La critica attenta che invece meriterebbero tutti questi segni ambigui della crisi della poesia (contemporanea, aggiungo io) manca o è allusa in termini moralistici. Le attuali pratiche poetiche – confuse, pluralistiche, ambigue e sempre più frullate dalla mondializzazione ( L’Eterno Ritorno è questo per me!) – vengono così semplicemente cancellate dalla lavagna e voi disegnate un modello di poesia primonovecentesco : poesia contro storia (o meglio storicità, cioè mutamento storico); poesia come vocazione per pochi contro pratiche poetiche sporche (di autobiografismo, formalismo, “civilismo”) di molti; poesia come bisogno metafisico di Verità (il termine è il più ricorrente nelle tesi) da coltivare in uno spazio poetico sofferto da ritagliarsi entro la «prigione» del mondo.

10.

Dubito che, partendo da queste premesse filosofiche, si possa cogliere non dico quello che sta accadendo nel mondo d’oggi (e non in una letteraria Danimarca) ma anche solo quello che sta avvenendo in poesia (nella crisi della poesia). Invece d’interrogare la crisi da vicino (come a mio parere sarebbe necessario) e con tutti gli strumenti disponibili, ci si tira fuori dalla storia comune che ha condotto a questa crisi, si rifugge dall’operarvi in modi che non siano predicatori e élitari. Il «coltello nel cuore» viene rigirato a un «NOI TUTTI» fatto di pochi eletti. Ribaltato il cannocchiale, il mondo è ridotto alla solita « aiuola che ci fa tanto crudeli».

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