Amelia Rosselli su Silvia Plath

amelia rosselli

Sia l’amico Alvarez (autore del saggio critico Il Dio selvaggio -Il suicidio come arte, Rizzoli 1971), sia Ted Hughes abbandonarono al dunque la Plath, l’uno in un modo, l’altro in un altro, quando essa mise in atto un secondo tentativo di suicidio.
Che poi la ricerca artistica all’ alto livello al quale la portò la Plath, e a una tale intensità, sia un rischio mortale di per sé, purtroppo ogni artista lo sa bene fin dall’inizio del suo vocazionale perimentare con la vita; così come ogni donna sa che non sempre la vita matrimoniale, i mestieri di casa, i figli, il sostegno al marito (possibilmente non della stessa professione!) e l’indipendenza economica possono coincidere con la realizzazione piena d’una vocazione creativa. Potremmo studiare quanto ci pare l’adolescenza, le lettere e la biografia della Plath senza mai trovare altro che “specchi” doppi e deformanti. Parla più chiaro ilsuo verso, ed è più onesto. Che si smetta d’insistere sulle poesie intitolate Papà, Lady Lazarus, Lesbo, Orlo, Morte& c., Tre donne (dramma per radio), che sono oramai da tutti scelte in una specie di tardiva frenesia per lo psicologico, l’orrido, il privato, la causa nascosta; e si ricordi invece che tutte le migliori poesie della Plath hanno anzi per titoli frasi o vocaboli poeticamente neutri o ambigui, come Il giardino del maniero, Cime tempestose, Autunno del ranocchio, I campi di Parliament Hill, La cornacchia nel tempo piovoso, Apprensioni, Mistica, Amnesiaco, Talidomide, Ariel, La luna e il tasso, Piccola fuga. Già dai titoli e nei loro temi sottintesi, s’indovinerebbe che la Plath è mistica e allo stesso tempo concreta nelle metafore, come nel suo secco musicale linguaggio, degna seguace di Shelley e Keats, o di Blake e della Dickinson, e che le sue origini piccolo borghesi non vanno derise per una manciata di lettere semi umoristiche, commoventi anzi per la stima e la gentilezza del rapporto che rivelano nei confronti di una madre abbastanza colta da comprenderne la generosità.
Se proprio dobbiamo commentare in senso psicobiografico le lettere e la vita della Plath, possiamo soltanto aggiungere che non è certo la madre Aurelia che dev’ essere ritenuta responsabile, come è stato più volte fatto, di quell’inevitabilmente riuscito suicidio del 1963. Questa “inevitabilità” si nota anche nel progressivo indurirsi, come pietre schegge, delle ultime poesie: come se la Plath stessa fosse consapevole di chiudere un suo problema di eccesso di vita: travasata e distillata sino alle essenze finali. La sua giovanile esperienza di psichiatri ed elettroshock del 1953 l’aveva spaventata anche se non danneggiata (vogliamo sperare) fisiologicamente. A Londra, nel 1963, sarebbero bastati una più autentica spinta ambientale, più soldi, “la volontà”, per sostituire all’ antico e antiquato ospedale psichiatrico uno psicologo. Non dimentichiamo del resto che fondamentale (probabilmente) resta nella Plath il non chiarito problema del padre, perso quando lei aveva nove anni, e mai ritrovato in forma “sostitutiva”.
E dunque, male o mai risolto psicologicamente quel suo problema di fondo, visto che il trauma infantile e poi
adolescenziale (gli ospedali psichiatrici, gli elettroshock ad esso aggiunto è un duplice trauma non risolvibile attraverso la “confessionalità” di quelle poche ma aspre poesie di intento riscattatorio, che infatti scadono molto qualitàtivamente e che sono “tracce” del trauma da affrontare. […] Così, dalle lettere e dalla biografia d’una poetessa di tanto inusuale talento, forse una sola interpretazione è ricavabile: se accusando simbolicamente “la madre” si accusa in sua vece una società terapeuticamente ignorante e meccanicistica, e, quel che è peggio, incosciente nel suo matriarcato di stampo capitalistico, lo si può ben fare: ma allora tanto vale farlo anche per l’Italia e l’Inghilterra, dove di certo si spererebbe che negli anni novanta l’influenza ambientale possa salvare in tempo, possa salvare anche dal suicidio e dalle sue attenzioni critiche così pubblicizzate

(Da «Istinto di morte e istinto di piacere in Silvia Plath» in Amelia Rosselli, «L’opera completa», Mondadori 2012, pp. 1229 -1231)

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