Sul rapporto Fortini/De Angelis

de angelis crocco

SU “LE PAROLE E LE COSE” UN’INTERVISTA DI CLAUDIA CROCCO A MILO DE ANGELIS (http://www.leparoleelecose.it/?p=19153 ).
QUESTO IL COMMENTO CHE HO LASCIATO:

Ennio Abate
1 giugno 2015 a 14:16

Mi limito a poche brevi annotazioni su alcuni punti di questa intervista. Non condivido il disprezzo (che non è critica) di De Angelis nei confronti del Gruppo 63 (non si trattò solo di «passatempi sperimentali») né la genericità nell’indicare le posizioni politiche a lui avverse. A Milano poi, in quegli anni, non c’erano solo Lotta Continua e Servire il popolo. C’era Avanguardia operaia, in cui ho militato fino al 1976. C’erano quelli del Movimento studentesco della Statale, de «il manifesto», del «Gruppo Gramsci», ecc. E i militanti di allora non furono gli invasati demoni dostoevskiani che egli oggi presenta come «infami». Anzi in quel contesto di aperto conflitto («”Cercate di capire/ questa sera ci ammazzano /cercate di /capire!”») infami potevano diventare o essere *anche* i difensori della poesia come «dovere politico» e «dovere assoluto».
Se si desiderasse davvero approfondire quel contesto sociale e politico di allora andrebbe detto che vi si scontrarono anche due modi d’intendere la poesia. E ancora oggi non sento di dar torto a quanti, pur amando la poesia (e senza affatto pensare che la rivoluzione fosse alle porte), erano insoddisfatti di una *certa poesia* e tentarono, proprio impegnandosi in politica, di cercare altrove cosa mancasse. (Per alludere meglio a quanto qui dico in fretta, rimando ad un vecchio film di Andrej Tarkovskij, « Andrej Rublëv»).
Che poi non ci siano o non ci siamo riusciti o che, attorno a quello scontro – per nulla comunque riducibile, come sostiene De Angelis, a conflitto tra politica degli «infami» e eroici e puri *difensori della Poesia* -, crebbe anche tanta erbaccia (millenarismi, vuoti ottimismi, discorsi dal «tono edificante e sicuro di sé», rozzi rifiuti fino alle pseudo teorizzazioni del «suicidio degli intellettuali») è altra cosa. E va detto che quei fenomeni di ribellismo o sovversivismo cieco andavano capiti meglio, anche perché moltissimi partecipanti a quelle lotte erano appena degli “acculturati di massa” – figli di operai, di immigrati, di piccolissima borghesia – spesso appena usciti dagli oratori o evasi da deprimenti condomini dell’hinterland.
Ma a De Angelis ricorderei altre due cose:
– proprio lui ebbe l’occasione e la fortuna di intrattenere rapporti diretti con Franco Fortini, cioè con uno dei pochissimi a Milano che quegli estremismi li seppe criticare con intelligenza e dottrina ma senza snobismo, riconoscendovi verità balbettate «con le parole dell’errore»;
– in quel 1977, in cui nascevano «Niebo» e «Prima Linea», uscivano di Fortini «Questioni di frontiera» e, su «il manifesto», i suoi numerosi articoli. Quel libro e quei pezzi sul «giornale comunista» parlavano di politica, di storia, ma anche di poesia e delle questioni, care a De Angelis, della «solitudine di ognuno di noi, le sue più antiche e segrete passioni, quelle in cui ciascuno ha creduto da sempre e ha sperato con tutto se stesso che rimanessero vive e originali».
Non so se egli lesse e meditò quei pensieri. Ma è certo che erano diretti anche a chi, sempre come lui afferma, aveva «sete di verità durature e di sparizioni ignote ai notiziari del telegiornale». E però proponevano una via ben più ardua di quella suggerita dai cultori della «parola innamorata» o dai poeti dell’Assoluto, insegnando appunto che «uno dei segni di grandezza di un’opera di poesia e d’arte consiste nella sua capacità di scartare con un gesto gli “amici della poesia”, di puntare ai suoi “nemici” ossia di accettare di mostrarsi nella propria dimensione non-letteraria e non-poetica» ( F. Fortini, Questioni di Frontiera, p. 147, Einaudi, Torino 1977).

Oggi però, giugno 2015, poco importa rammaricarsi per la ribadita estraneità di De Angelis al «fervore marxista» di Fortini. (Anche se non so come la concilia con la sua medesima affermazione che col marxismo «in quegli anni era inevitabile confrontarsi, rappresentando una vasta porzione dell’intelligenza contemporanea»). E importa pure poco che egli giudichi Fortini «un ottimo insegnante (soprattutto sul piano orale)» e non un maestro. (Tanto maestro di un De Angelis, che da un certo orecchio (politico) proprio non ci sentiva e non ci sente, Fortini proprio *non poteva esserlo*).
È invece lecito chiedergli se, seguendo la sua strada e i suoi maestri, abbia davvero trovato il “qualcosa” che valeva «infinitamente di più di una rivoluzione di classe, qualcosa di ben più violento, decisivo, totale e mortale», che noi cercammo “buttandoci a fare politica”. E anche fargli notare quanto sia sgradevole e ingeneroso che egli – obliquamente – metta in dubbio la «grandezza d’animo» di Fortini e insinui l’esistenza in lui di una meschina volontà di «competizione con i suoi alunni». (E, infine, perché ricordare che «una volta ad Amelia [Fortini] fece chiamare i carabinieri dalla moglie» – il che procurò a De Angelis «una notte in guardina» – senza chiarire per quali motivi ciò accadde?)

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