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Su Luca Lenzini "Il poeta di nome Fortini"

 Luca Lenzini (Firenze, 1954) ha dedicato studi e commenti all’opera di Vittorio Sereni, Franco Fortini, Guido Gozzano, Giovanni Giudici, Attilio Bertolucci, Alessandro Parronchi ed altri autori novecenteschi. Dirige la Biblioteca della Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Siena ed è membro del Centro studi Franco Fortini. Il poeta di nome Fortini è stato pubblicato nel 1999 da Piero Manni. Di recente (2008) ha pubblicato per la Quodlibet Stile tardo. Poeti del Novecento italiano. 

 

Cologno Monzese 23/30 marzo 2000
Caro Luca,
                         a scanso di equivoci sul tenore di questa mia su Il poeta di nome Fortini, ti dichiaro  in partenza la mia ammirazione non convenzionale per il tuo lavoro. Sai bene che l’argomento del tuo studio – Fortini e la sua opera – mi suscita un coinvolgimento tormentoso, che ora si proietta anche sul tuo libro. Perciò metto le mani avanti: i miei giudizi risulteranno “tendenziosi”, a volte rischierò d’infastidirti, altre di esporre tutta la mia ombrosa inquietudine. Spero però nella possibilità di approfondire comunque il dialogo fra noi. E ti chiedo di rispondermi, quando puoi, con la stessa sincerità, senza esitare a correggermi, se ti sembrerà necessario.
Ecco per punti le mie osservazioni analitiche sui vari capitoli del libro. Continua a leggere
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Su due scritti di Romano Luperini e Emanuele Zinato

 *Romano Luperini insegna Letteratura italiana alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena. Ha pubblicato, tra l’altro, La scrittura e l’interpretazione. Storia della letteratura italiana nel quadro della civiltà e delle letterature dell’Occidente (in collaborazione con Pietro Cataldi, Palermo 1999), Breviario di critica (Napoli 2002) e L’autocoscienza del moderno (Napoli 2006). Dirige le riviste di critica e teoria della letteratura “Allegoria” e “Moderna”. E’ autore di monografie su Montale, Tozzi, Verga e Pirandello. Ha pubblicato due romanzi: I salici sono piante acquatiche (2002) e L’età estrema (2008)
* Emanuele Zinato (Venezia 1958) lavora presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Padova. Ha pubblicato saggi su questioni di critica e teoria della letteratura e su numerosi scrittori del secondo Novecento (Calvino, Vittorini, Fortini, Primo Levi, Bilenchi, Zanzotto, De Signoribus). In contatto con Paolo Volponi fin dal 1990, ha curato due raccolte di prose volponiane (Scritti dal margine, Manni, Lecce 1994; Del naturale e dell’artificiale, Il lavoro editoriale, Ancona 1999) e la raccolta delle Poesie 1946-1994 (Einaudi, Torino 2001) e ha pubblicato la monografia Volponi (Palumbo, Palermo 2001)

 

Su  Romano Luperini, Cinque tesi sull’insegnamento della letteratura in L’ospite ingrato I, 2005  e Emanuele Zinato, Dei confin idella letteratura. Le prospettive di una didattica interdisciplinare, in Allegoria, 37, 2001 (e in Chichibìo, n. 39) 

 

Letteratura, studi postcoloniali e didattica. Una riflessione del 2007.

In Appendice un carteggio Abate-Zinato.

 

Vorrei qui dichiarare la mia simpatia per gli attuali studi postcoloniali e difendere il valore della loro contestazione nei confronti delle “nostre” letterature. Esporrò perciò brevemente alcune perplessità sulle cose intelligenti ma diffidenti (mi pare) scritte in proposito da Romano Luperini (Cinque tesi sull’insegnamento della letteratura in L’ospite ingrato I 2005) e  da Emanuele Zinato (Per distinguere il bimbo dall’acqua sporca in Chichibìo n. 39, sett.-ott. 2006).

Nelle sue tesi ampiamente condivisibili, Luperini al punto 2 tocca il tema dello «studio delle letterature straniere» e propone «un canone interculturale» che prevede uno studio a tre livelli delle letterature straniere: dalle più vicine per storia e lingua (autori europei, autori occidentali «particolarmente dell’America del Nord e del Sud», p. 97) alle più lontane (autori africani e asiatici).Le mie perplessità insorgono quando Luperini giudica più complesso estendere lo studio agli autori del terzo livello – quelli «di lingue non occidentali»  e pur affermando che «una letteratura senza frontiere è il preludio migliore a un mondo senza frontiere» (p.98) finisce – a mio parere – per ridimensionare quel ”principio di presunzione di eguale valore” dell’antropologo Charles Taylor da lui citato, con questa dichiarazione:  esso «non deve significare rinuncia a un’identità culturale, ma suo allargamento», p. 99).  Per cui si tratterebbe di «avere una identità nazionale ed europea forte» e, allo stesso tempo, di «nutrirla dialogicamente con contributi provenienti da altri mondi e da altre culture» (p. 99).

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Su Giancarlo Majorino"Il viaggio nella presenza del tempo"

Agosto 2009

IL VIAGGIODI UN «CETOMEDISTA»

Appunti di critica dialogante

di Ennio Abate

O Dio, se si potesse leggere nel libro del destino

e vedere come il volgere del tempo

appiana le montagne, e i continenti,

stanchi di restar solidi, si stemperino

nel mare; e veder altre volte

che la cintura costiera dell’oceano

 è troppo larga per i fianchi di Nettuno; come i giochi

 del caso e i mutamento colmino la coppa

 dell’instabilità con liquori diversi!

 

Oh, se questo si vedesse, anche il più spensierato

dei giovani, guardando il suo cammino futuro,

 i pericoli passati e le prove a venire,

chiuderebbe quel libro e vorrebbe morire»

 

(Shakespeare, Enrico IV  citato in Viaggio nella presenza del tempo, p. 294)

 

Avvertenza

                  Frequento da decenni le scritture di Giancarlo Majorino e appartengo a una generazione a metà strada tra la sua e quella di molti suoi più giovani lettori e interlocutori. Questi appunti sul suo Viaggiorisentono perciò sia della memoria di un passato letterario-politico ormai sepolto e nel quale egli, ben più di me, si formò, sia della mia ostilità meditata a quel che viene chiamato «post-modernismo», orizzonte nel quale a mio avviso il suo Viaggio, pur con modi propri, mi pare in parte iscriversi. Continua a leggere

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