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In morte di Tiziano Salari. Omaggio di un avversario

tiziano_salari

di Ennio Abate

Ho saputo della morte di Tiziano Salari e il fatto m’addolora. Se penso in questo momento ad un omaggio alla sua figura, non posso trascurare la distanza dalle sue posizioni. Ebbi con lui qualche scambio di mail che presto s’interruppe. E quando uscì “Le tentazioni di Marsia. Su quel che resta da fare ai poeti e ai loro critici” (Nuova Frontiera, Salerno 2007), il pamphet scritto da lui e da Mario Fresa, fui l’unico forse tra gli intervenuti ad esprimere lealmente il mio dissenso. Tuttavia ritenni utile, nel rispetto di quella loro intelligenza e passione, che le tesi circolassero; e, non per mera diplomazia, essendo difficilmente reperibili nell’edizione cartacea, le ospitai assieme a vari interventi ad esse favorevoli sul sito (ora vecchio) di POLISCRITTURE (qui).  A una rilettura di quelle e agli appunti critici (qui sotto) che scrissi allora rimando oggi. E’ questo per me l’unico modo onesto di  ricordare Tiziano Salari.   Continua a leggere

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Su Gabriele Pepe"Parking luna"

Gabriele Pepe nasce a Roma, dove pure risiede, nel 1957. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Parking Luna (ArpaNet, 2002) e Di corpi franti e scampoli d’amore (LietoColle, 2004). Suoi testi e recensioni sono apparsi su varie riviste.


giugno 2005
Caro Gabriele,
gli anni Settanta  sono sprofondati anche nelle coscienze più vigili.  E tra noi, che siamo – per usare  le parole di Primo Levi – un po’ i «salvati» (i «sommersi» quasi nessuno li ricorda più)  o i «resistenti» – per usare le tue – c’è di tutto purtroppo e il peggio non sono solo  quelli «di buona famiglia» passati  con i vincitori. Questi ultimi, soddisfatti per  la pulizia compiuta e per aver cooptato i “migliori”, riescono a tenere sotto scacco anche molti resistenti. Lo dimostra lo sbando culturale si mille questioni: dal problema dei precari a quello delle scienze (vedi il risultato del referendum). Continua a leggere

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Su Giancarlo Majorino*"Poesie e realtà 1945-2000""

* Giancarlo Majorino (Milano, 1929). Poeta e critico letterario. Ha insegnato storia e filosofia nei licei ed è ora docente di Estetica presso la Nuova accademia di belle arti e presidente della Casa dell poesia di Milano. Tra le sue numerose pubblicazioni: La capitale del Nord (Schwarz, 1959), Autoantologia (Garzanti 1995), Posie e realtà 1945-2000 (Tropea, 2000) e Viaggio nella presenza del tempo (Mondadori,2008). 

 

 La poesia da lontano.

 

Qualche ragionamento su Poesie e realtà 1945 – 2000 di Giancarlo Majorino.

 Poesie e realtà 1945 – 2000 di Giancarlo Majorino è un saggio sulla poesia italiana del secondo Novecento. Majorino vi ha lavorato per cinque anni, mettendo alla prova le sue coordinate critiche da varie angolazioni e a più riprese non soltanto nella scelta degli autori e dei testi, ma in affreschi periodizzanti storico-culturali e in calibrati giudizi particolari disseminati senza preoccupazioni scolastiche, come in una ininterrotta chiacchierata. Continua a leggere

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Su Luciano Amodio*Alcuni saggi apparsi su "Manocomete"

* Luciano Amodio (Milano 1926-2001) filosofo. Funzionario dal 1947 al 1981 della Banca Commerciale Italiana, collaborò a “Il Politecnico” di Vittorini, a “La Cittadella” di Bergamo e a “Discussioni”. Nel 1955 fu co-fondatore  di “Ragionamenti” e nel 1965 de “Il Corpo”. Traduttore con Franco Fortini di Le Dieu chachédi Lucien Goldmann (1961), nel 1963 pubblicò la prima antologia italiana di Rosa Luxemburg, Scritti scelti e nel 1980 un Commentario al primo Lukács.

 aprile 2003

Un Giano bifronte, un incontro mancato[1]

Ho conosciuto di persona Luciano Amodio a metà anni Novanta, dopo la completa rasatura a zero in questo paese di qualunque fermento critico vagamente “rivoluzionario”. L’ho incontrato nelle riunioni allargate  di Manocomete, la rivista che Giancarlo Majorino ha animato a Milano tra 1994 e 1995, generoso ma  breve tentativo di  rimettere a pensare assieme, in uno spazio spostato(memore di un precedente: Il corpo), intellettuali di varie competenze e generazioni, alcuni attivi già negli anni Sessanta, altri dopo il 1968.

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Su Armando Tagliavento*Dentro l’immigratorio italiano. Introduzione alle sue scritture

* Armando Tagliavento ( Fondi 1930). Scrittore irregolare e misconosciuto.

gennaio 2006

 

Ieri sono andato a far visita ad Armando Tagliavento. Per me  è rimasto il bidello-scrittore, anche se ora è in pensione e nella vita (Armando è nato nel 1930) prima di “ficcarsi nella scuola” ha fatto il manovale, il fattorino, il disoccupato, il capomastro. Stava per diventare persino capufficio di una ditta di materiali edili ed ha sfiorato una carriera di scrittore di professione. Infatti, quando negli anni Settanta la cultura italiana ebbe un ritorno di  fiamma populista-neorealista (ricordo la letteratura “operaia”: Brugnaro, Guerrazzi, la rivista Abiti-lavoro…), Tagliavento ottenne un effimero successo come narratore: nel 1973 Feltrinelli gli  pubblicò nella collana dei Franchi narratori (patron Goffredo Fofi, che firmò la prefazione) un romanzo, Tra fascisti e germanesi. Vi narrava – con brio, spudoratezza e crudezze macabre quasi malapartiane – le sue avventure per sopravvivere durante gli scontri che insanguinarono l’Italia fra il ’43 e la liberazione. Continua a leggere

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Su Romano Luperini Il professore come intellettuale (Lupetti-Manni, Lecce 1998)

                                                                      dicembre1998/24 gennaio 1999

 Caro Luperini, 

                        ho letto il tuo Il professore come intellettuale e qui di seguito vorrei esporti e approfondire alcuni temi parzialmente toccati in una lettera a Franco Marchese (qui) […]. Del tono a volte polemico e delle eventuali mie incomprensioni e forzature del tuo discorso spero mi scuserai. In seguito ci saranno – mi auguro – occasioni per approfondire con te ed altri la tua comunque preziosa e civile proposta. 

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Su Romano Luperini* L’incontro e il caso (Laterza 2007)

 *Romano Luperini insegna Letteratura italiana alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena. Ha pubblicato, tra l’altro, La scrittura e l’interpretazione. Storia della letteratura italiana nel quadro della civiltà e delle letterature dell’Occidente (in collaborazione con Pietro Cataldi, Palermo 1999), Breviario di critica (Napoli 2002) e L’autocoscienza del moderno (Napoli 2006). Dirige le riviste di critica e teoria della letteratura “Allegoria” e “Moderna”. E’ autore di monografie su Montale, Tozzi, Verga e Pirandello. Ha pubblicato due romanzi: I salici sono piante acquatiche (2002) e L’età estrema (2008)
Giugno 2007 
(Con piccole revisioni dell’agosto 2011. 
La versione precedente si legge sul sito di Romano Luperini qui)

 

Sotto il dominio del caso. Questo il destino dell’uomo occidentale?

di Ennio Abate

 

Il tema dell’incontro con l’altro, quasi sempre tra un uomo e una donna e spesso del tutto immaginario, è al centro di questo libro. Luperini vi studia la funzione narrativa che esso svolge in undici opere, che sono dei veri monumenti del grande romanzo borghese sviluppatosi nei «paesi industrializzati dell’Europa dell’Ovest» (p. 10) e nel periodo che va dal primo Ottocento al 1922 circa, da Luperini definito «della piena modernità e della svolta modernista» (p. 8). In ordine di trattazione troviamo capitoli riguardanti Manzoni, Flaubert, Maupassant, Svevo, Proust, Musil, Verga, Joyce, Pirandello, Tozzi e Kafka.  Solo rapidi cenni sono dedicati (per ora) al resto del Novecento. Perciò il baricentro del saggio è, di fatto, nella storia europea che precede l’avvento dei fascismi. Continua a leggere

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Su Giorgio Linguaglossa* La nuova poesia modernista italiana

* Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Poeta, romanziere e critico. È autore di tre libri di poesia: Uccelli (1992), Paradiso (2000) e La Belligeranza del Tramonto (2006) e dei  romanzi: Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio (2005) e Ponzio Pilato (2010). Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi; e sue poesie sono state tradotte in spagnolo, inglese e bulgaro. Dal 1992 dirige la collana di poesia delle Edizioni Scettro del Re di Roma. Nel 1993 ha fondato il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» e nel 1995 ha redatto e firmato con altri poeti il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica». Numerosi sono i suoi saggi e interventi di critica sulla poesia del Novecento  apparsi su varie riviste («Polimnia», «Hebenon», «Altroverso», «Capoverso», «Nuova Marginalia») e sul sito dell’editore LietoColle. Oltre a La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2009) è appena uscito Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010).

26 luglio 2010

VICINANZE E DISTANZE. Lettera riepilogativa pemstesso peGiorgiLinguaglossa su«La nuovapoesia modernistaitaliana». La lettera è apparsa sui siti di POLISCRITTURE e di LIETOCOLLE. Si legge qui

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Su Franco Marchese* Bozza editoriale n.1 di Chichibìo*

* Franco Marchese  ha insegnato  in un liceo scientifico di Palermo. E’ coautore di manuali di letteratura italiana e condirettore di “Chichibìo”.

Cologno Monzese 19 dic. ’98

                                                                                           

Caro Marchese,

                        […]sottopongo alla tua attenzione  alcune critiche, che non ebbi modo di esporre nella riunione del gruppo fondatore di Chichibìo a Firenze e che la lettura della tua bozza di editoriale mi induce a ripresentare. La nostra collaborazione è appena agli inizi, ma spero che la mia schiettezza non la turbi o impedisca.

Comincio col dirti che accolgo  a malincuore il titolo scelto per la rivista.

Riconosco che Chichibìo è nome-simbolo di letteratura italiana, personaggio noto ad ogni insegnante d’italiano e perciò coerente – come tu dici – con «un’idea alta dell’insegnamento dell’italiano» e con l’intento di non «disperdere l’eredità di un umanesimo – non fossile, non vacuo». Esso però, secondo me, è anche un simbolo negativo: è personaggio che accetta in maniera incondizionata la gerarchia servo-padrone, che a me pare inseparabile dalla tradizione umanistica. Chichibìo, infatti, è figura troppo appagata e del tutto conclusa in un intelligente servilismo. Non contesta al signore il diritto – suo e dell’allegra brigata nobiliare – di banchettare e farsi servire la gru. Ne sottrae, e di nascosto, solo una coscia. E la battuta intelligente e ironica con cui riesce infine a farla franca ribadisce la sua situazione di sottomesso. Ora mi chiedo: è solo o proprio a questa tradizione che possiamo oggi rifarci? Non ci sono nella letteratura italiana servi quantomeno più audaci? Ma, la decisione è presa, non sto a recriminare; e passo al discorso di presentazione da te delineato nella bozza.  Continua a leggere

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Su Carlo Oliva* Lettera a una studentessa Savelli, Roma 1978

* Carlo Oliva (Milano 1943). Scrittore e giornalista. Ha insegnato lettere antiche e moderne nei licei, scritto in passato su riviste “storiche”, tra cui S (foglio situazioni sta degli anni ’60), Ombre rosse, Quaderni  piacentini, Linus e A-rivista anarchica. Si è occupato di ideologia del linguaggio, di gialli e narrativa popolare in genere.  Collabora da vent’anni con Felice Accame nella trasmissione Caccia all’ideologico quotidiano a «Radio Popolare di Milano».Altre notizie sul sito Carlo Oliva

I nostri antenati
La tentazione di Orbilius
Intervista di Ennio Abate a Carlo Oliva (1999)

  
        Partiamo dall’inizio. Come nacque Lettera ad una studentessa?
        Questo libro era nato da un’idea di Luigi Manconi. Lui allora era nella direzione editoriale della Savelli e collaboravamo insieme ad Ombre rosse. Nella collana da lui diretta (“Attualità politica”) uscivano testi politici d’esplorazione, di frontiera. E questo libretto era stato pensato come una parodia. Ci pareva che le argomentazioni allora correnti sulla scuola, sul lavoro dell’insegnante, sullo studente  fossero deboli. Ma altrettanto fiacco ci pareva il punto di vista dei tradizionalisti. Insomma non erano convincenti né gli uni né gli altri. Volemmo allora sviluppare per eccesso le posizioni dei tradizionalisti d’allora, per mostrarne appunto la debolezza. Oltretutto  in quegli anni – siamo attorno al ‘78‘79 –  il movimento degli insegnanti si trovava su un crinale: stava per rinunciare alle posizioni antiautoritarie e libertarie e volgersi alla riscoperta del proprio ruolo e al recupero della figura tradizionale.
        Orbilius è dunque una maschera del docente di allora.
        Sì, sia del vecchio insegnante che non aveva capito niente del ’68 sia di quello che cominciava a stancarsi e ripensava la propria professionalità in termini tutto sommato tradizionali. Il nome classico aveva questo significato. Orbilius è una figura storica, citata in una delle Satire di Orazio, che si lamentava di aver dovuto studiare sotto la sua egida autori per lui arretrati e poco interessanti (e di essere preso a frustate quando non lo faceva). Continua a leggere

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