Su Stalin e la storia dell’Urss. Risposta a Eros Barone

Su LE PAROLE E LE COSE un commentatore mi ha indirizzato questa “lezione” su Stalin e la storia dell’Urss (qui). Questa la mia risposta:

Caro Barone,
a che punto siamo della Grande Nottata che ha avvolto i “paesi allegorici” del socialismo? Io testardamente parto da questa domanda. Con fermezza. Senza pessimismi. Ma senza cedere un’unghia alla nostalgia e al dogmatismo. Il tempo non può essersi arrestato. Né per me né per te.
Perché usare allora «un linguaggio terzinternazionalista» oggi che la Terza Internazionale non c’è più (e la Quarta è fallita e la Quinta è solo in qualche mente isolata)? Perché scovare nelle mie – credo elementari obiezioni – uno schema interpretativo che sarebbe « sostanzialmente quello menscevico e socialdemocratico di Plechanov, di Martov e di Kautsky»?
Suvvia, non sono neppure uno che ha fatto il salto della quaglia o che ha rimosso Marx. E sono ben disposto ad ascoltare chi parlasse criticamente (e storicamente) del «nodo teorico della transizione dal modo di produzione capitalistico al modo di produzione comunista» indicandomene con dottrina e realismo le fondamenta e almeno qualche tappa. Tra l’altro ho sempre difeso la “scommessa” di Lenin e della Rivoluzione d’Ottobre, proprio perché mai ho pensato che fosse «fin dall’inizio, una rivoluzione capitalistica». Ma resto ancorato – e questo ci divide – alle lezioni antistaliniste di un Fortini o di un Montaldi, che comunque sono ben diverse dalla banali liquidazioni o demonizzazioni di un leader, che «gigante» politico sarà stato, ma come minimo la “rivoluzione proletaria” la fece deviare in modi simili a quel che fece Napoleone per la Francese.
Non ho mai avuto perciò simpatia per le scolastiche marxiste, anche se in passato ho cercato d’informarmene con scrupolo. Mi hanno interessato sempre di più gli scavi storici. Anche quelli abbastanza recenti (Cortesi, di Leo, Poggio), che al di là delle ottiche dei loro autori aiutano a ripensare (invece di cancellare come ha fatto buona parte della “sinistra comunista” italiana) l’intera storia dell’Urss dalla fondazione al crollo, dando spazio ai dubbi, a cui tengo molto, e alle interrogazioni a tutto campo. E proprio per «capire “il presente come storia”». In quest’ottica storica (non storicista), dovrebbe essere valutata anche la tua tesi: «la fine della guerra civile ha costituito non la conclusione del processo rivoluzionario, ma la sua ulteriore continuazione in direzione del socialismo e del comunismo». Se tu, però, fossi disposto a misurare il “presente” con i dati che queste ricerche (o altre a me sfuggite) hanno fatto finora emergere. Invece ho l’impressione che tu non abbia mai voluto confrontarti con i loro risultati (importanti e sempre discutibili: questo è altra questione), etichettandole sbrigativamente come «approccio a questa grandiosa vicenda storica […] superficiale, unilaterale e in definitiva opportunistico». E contrapponendovi una convinta e tetragona e giustificazionista interpretazione della storia dell’Urss “dal punto di vista di Stalin”, come se – ed è obiezione che ti avevo mosso in proposito già in passato su questo blog – quella storia si fosse fermata al 1953. Certo, in questo tuo intervento accenni alla « progressiva restaurazione del capitalismo in Urss» e al « dissolvimento dello Stato socialista». Ma come si spiega il passaggio dal periodo staliniano (con le sue luci ed ombre tutte da valutare per me), che a te appare di avanzamento della “rivoluzione proletaria” al crollo (di botto?) dell’Urss?

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